Pubblicato il 14 maggio 2015 Articolo scritto da Alessandro Caliandro

Disoccupazione, lavoro, startup: l’agenda politica che non c’è

Secondo voi i politici parlano di disoccupazione? E di sharing economy?

Se diciamo #lasvoltabuona, #Enricostaisereno o #gattiniconsalvini saprete sicuramente a cosa ci stiamo riferendo: sono hashtag nati per mano di alcuni politici o che riguardavano da vicino i nostri leader.

Il marketing politico ha, infatti, fissato il suo più recente confine su Twitter. Tanti aspetti del social network di Dorsey piacciono ai politici di casa nostra: la velocità di diffusione del mezzo, il suo basso costo, la possibilità di bypassare il filtro giornalistico e arrivare direttamente al pubblico. Ma proviamo ad andare oltre: cosa resta al di là di un hashtag simpatico?

 

TWITTER CAPUT MUNDI – Se è vero che oggi Twitter è lo strumento principe della comunicazione politica, che tanto può incidere sulla reputation online di un politico, ci siamo chiesti quali sono gli argomenti delle decine di tweet che oggi si riversano nel nostro news feed. Di cosa parlano i nostri politici?

È chiaro a tutti come il presidio del nuovo mezzo, comporti un necessario adattarsi della forma di comunicazione. Sempre più frequenti e diversificate sono le campagne di comunicazione che nascono cinguettando, con l’obiettivo di costruire l’agenda giornalistica e conquistare il coinvolgimento dei propri simpatizzanti/elettori partendo dai 140 caratteri di un tweet.

In questo Beppe Grillo è stato precursore e ha fatto scuola, nonostante si è spesso dimostrato che abusare di questo tipo di strategie possa essere limitante (come illustra Michele di Salvo nell’analisi di #iononleggorepubblica). Abbiamo, dunque, scelto di monitorare alcuni degli argomenti più rilevanti dell’agenda giornalistica (e politica?) degli ultimi mesi.

 

DI COSA PARLANO I POLITICI? – Con un occhio al calendario parlamentare e all’attualità giornalistica in queste settimane è certamente rilevante, per l’elettorato italiano, la tematica del lavoro.

Approntando un piccolo esperimento empirico, abbiamo monitorato due temi: quello del lavoro e quello delle nuove forme produttive legate all’innovazione sociale ed economica. Questi due temi sono stati operativizzati attraverso alcuni hashtag ad hoc, ovvero #lavoro, #occupazione e #disoccupazione per il tema lavoro e #sharingeconomy, #startup, #societing, #coworking e #makers per le nuove forme economiche.

Questi argomenti sono stati scelti in quanto, a nostro giudizio, abbastanza complementari: da una parte infatti l’uscita dalla crisi può essere vista come il risultato di nuove politiche atte a rivitalizzare il mercato del lavoro, dall’altra però può anche essere immaginata come il risultato di scelte politiche coraggiose che guardano a forme economiche innovative ed alternative – tra l’altro già largamente diffuse nel tessuto sociale italiano e parte delle pratiche di vita quotidiana di molti cittadini.

VOTO IN PAGELLA ZERO VIRGOLA… –  Dal 9 Aprile 2015 al 27 Aprile 2015 abbiamo scaricato 111.103 tweet contenenti gli 8 hashtag sopra citati. In particolare i tweet legati agli hashtag afferenti al cluster ‘lavoro’ ammontano a 55.419, quelli relativi al cluster ‘innovazione’ a 55.684. Fatto ciò abbiamo mappato il posizionamento dei politici su tali hashtag. Di seguito i risultati.

Lavoro. Questo cluster di hashtag viene usato da 9.773 utenti singoli di cui 59 soggetti politici (0,6%), di questi solo 12 inviano una numero di tweet in qualche modo ‘significativo’, ovvero almeno 3.

 

Di cosa parlano i politici?

Potrebbe essere prevedibile la presenza in testa alla classifica di due account sindacali, che hanno necessariamente la tematica del lavoro al centro della loro comunicazione, stride invece l’assenza del resto dei rappresentanti politici, in modo trasversale agli schieramenti, considerando inoltre che nel periodo preso in esame era già aperta  la polemica giornalistica sugli effetti del JobAct e l’analisi dei dati di Istat e Ocse sui livelli occupazionali in Italia.

Il 29 aprile arriverà la notizia dell’incremento della disoccupazione, che polarizzerà l’agenda arrivando a diventare Trend Topic anche su Twitter. Con tutti le precauzioni “statistiche” del caso, il nostro focus sembra certificare la lontananza del discorso politico dal famoso “paese reale” e l’incapacità di leggere in anticipo le problematicità dell’elettorato di riferimento, costruendo il discorso politico quasi solo di riflesso all’agenda mediatica, evitando di dare uno sguardo profondo su questo tema.

#Disoccupazione

Fonte: TOPSY

 

Nuove forme economiche. Questo cluster di hashtag viene usato da 5.564 utenti singoli, di cui 18 soggetti politici (0,2%). Di questi 18, poi, solo 2 twittano un numero significativo di volte, ovvero almeno 3.

Di seguito mostriamo l’elenco degli account Twitter, ricomprendendo anche i soggetti politici che twittano almeno 2 volte.

di cosa parlano i politici?

Nello specifico la Regione Lombardia (@LombardiaOnLine) è molto presente rispetto agli altri account del nostro database grazie a 16 tweet legati all’hashtag #startup. Tutti i tweet sono legati ad una circostanza eccezionale, un bando di concorso nell’ambito di Expo 2015 (es: Premiazione 24 vincitori Bando #Startup per #Expo2015 #VivaiodelleIdee, 20/4 ore 10.30 Pal. Lombardia/Mi, partecipa! http://t.co/9thUtdGr5c – 17/04/2015). Il Comune di Milano (@ComuneMI) che twitta 5 volte usando l’hashtag #sharingeconomy. Tutti tweet risalgono al 22 aprile e anche in questo caso sono conseguenza di un evento specifico. (Sono 42 gli operatori e 33 gli esperti che hanno risposto alla chiamata del Comune sui temi della #sharingeconomy @cristajani #MilanoIN ).

Anche sul fronte innovazione economica il quadro non migliora, sono soprattutto i soggetti collettivi ed istituzionali a presidiare questi temi, mentre ancora una volta i soggetti politici individuali risultano, in buona sostanza, marginali.

 

Metodologia

Dal 9 Aprile 2015 al 27 aprile 2015 sono stati scaricati 111.103 tweet, così distribuiti su 8 hashtag: #lavoro (53.532), #occupazione (958), #disoccupazione (929), #startup (27.799), #societing (24.872), #sharingeconomy (1.195), #coworking (1.018), #makers (800). Dal suddetto flusso di tweet sono state estratte le liste degli utenti che, durante il periodo di rilevazione, hanno twittato usando gli 8 hashtag in questione. Queste liste sono state poi confrontate e matchate con una lista di politici/entità politiche costruita in precedenza (vedi i nostri precedenti post:  “Chi sono i politici più twittati?”e “Chi sono i politici più amati su Twitter?”)

L’operativizzazione del tema lavoro tramite gli hahstag #lavoro, #occupazione, #disoccupazione è stata arbitraria, in coerenza con i temi di maggior rilevanza giornalistica del periodo. L’operativizzazione del tema innovazione socio-economica tramite gli hashtag #startup, #societing, #sharingeconomy, #coworking, #makers è stata invece più sistematica. Tali hashtag sono infatti quelli con le occorrenze maggiori all’interno del nostro database specificamente dedicato alla raccolta di tweet legati al tema della social innovation.

 

Concludendo

La proposta politica da veicolare ai potenziali elettori non sembra avere a cuore questi temi. Passo dopo passo scopriamo come, anche su Twitter, la politica italiana non guarisce da una certa “autoreferenzialità” che aumenta la distanza con i cittadini, nonostante le grandi possibilità di penetrazione e il potenziale informativo offerto dai social media. Insomma, l’abito non fa il monaco, neanche con 140 caratteri. Siete d’accordo?

 

Articolo scritto in collaborazione con Andrea Vecchione (@andrevecchione)

 

Pubblicato il 11 maggio 2015 Articolo scritto da Rosaria Toriello

#GattiniSuSalvini: da fenomeno goliardico a strumento di propaganda politica?

Avete seguito la vicenda #GattiniSuSalvini? Se vi siete persi qualche pezzo vi do io una mano a ricostruire quanto è accaduto sui social nei giorni scorsi.

C’era una volta un tenero gattino… e poi un altro, un altro ancora, 10, 100, 1.000, 20.000 e oltre (forse), tutti portatori di dolcezza e “pucciosità”. Con i loro musini, in men che non si dica, hanno invaso la pagina del leader di Lega Nord Padania, Matteo Salvini.

Vi state domandano come e perché?! Se state pensando che Salvini abbia affermato di essere allergico ai gatti o che voglia cacciare i felini dall’Italia vi state sbagliando. Il fenomeno si è propagato (viralmente) dopo un invito ad un evento diffuso su Facebook: il Virtual Flash Mob “Gattini su Salvini! —– inondazione controllata di gattini virtuali sulla bacheca di Salvini”. L’evento è stato creato da Progetto Kitten, un gruppo di ragazzi la cui mission è “portare pucciosi gattini messaggeri di amore sulle bacheche di chi se la prende troppo sul serio!”.

Il primo ad esser stato preso di mira è stato proprio Salvini (ma non l’ultimo, almeno da quanto scrive Progetto Kitten in post su Facebook). I partecipanti che hanno confermato la loro “presenza” all’evento programmato in data 7  Maggio dalle ore 15.00, presso la “bacheca di Salvini”, sono stati oltre 26.000.

#GattiniSuSalvini: evento Facebook

#GattiniSuSalvini: evento Facebook

 

A suon di miagolii il 7 Maggio (ancor prima dell’orario stabilito per l’inizio dell’evento) gli utenti si sono fatti sentire sulla pagina ufficiale di Salvini, e i post del leader sono stati invasi da meme, fotomontaggi e fotoritocchi (improbabili) i cui protagonisti, ovviamente, sono stati teneri gattini.

#GattiniSuSalvani

#GattiniSuSalvani

 

Non sono mancate adesioni da parte di personaggi noti su Facebook e Twitter:

#GattiniSuSalvini: il commento di Piotta

#GattiniSuSalvini: il commento di Piotta

 

#GattiniSuSalvini: il tweet di J-Ax

#GattiniSuSalvini: il tweet di J-Ax

I dolci micini in poco tempo si sono moltiplicati anche sulla pagina Facebook di Lega Nord Padania.

Abbiamo semplicemente applicato al web il fulcro della pucciosità. Pucciosi gattini. Abbiamo creato la non violenza in un ambiente, quello del web, dove c’è molta violenza (dialettica)” si legge sulla pagina Facebook del Progetto Kitten.

Ma qual è stata la reazione di Salvini e di Lega Nord Padania all’invasione incontrollabile di cotanta dolcezza? L’ironia.

Lega Nord Padania ha cavalcato l’onda di tenerezza improvvisa e ha lanciato l’hashtag #gattiniconsalvini con lo slogan “Più gattini con Salvini”, facendo leva sulla dolcezza che suscitano i musini pelosi. In fondo “Come si può dire di NO ai gattini”?

#GattiniConSalvini, l'hashtag lanciato da Lega Nord Padania

#GattiniConSalvini, l’hashtag lanciato da Lega Nord Padania

 

Ed ecco alcune delle risposte degli utenti che mostrano il gradimento dello slogan leghista:

#GattiniConSalvini

#GattiniConSalvini

 

Una vicenda che poteva facilmente generare una social media crisis per Salvini (o meglio per il suo community manager) si è trasformata in strumento di propaganda politica. Data la mole di persone che ha aderito al Virtual Flash Mob, Lega Nord Padania afferma anche che la pagina di Salvini è quella con il maggiore “engagement” tra i leader politici.

Gattini con Salvini, come dire di no?

Gattini con Salvini, come dire di no?

 

A questo punto perché non cavalcare ancora di più il fenomeno? Perché non chiedere agli utenti di pubblicare una foto del proprio micio?

Il tuo micio con Salvini

Il tuo micio con Salvini

 

Poi è lo stesso Salvini a cogliere la palla al balzo e sulla sua pagina ufficiale sentenzia contro Alfano miagolando:

Salvini contro Alfano

Il miagolio di Salvini

 

Lega Nord Padania non si lascia sfuggire questa chicca felina e continua ad ironizzare:

Salvini contro Alfano

Salvini contro Alfano

 

Siamo di fronte ad un fenomeno web goliardico che ha catturato l’attenzione dei media tradizionali e ha portato Matteo Salvini ad essere inevitabilmente protagonista dell’agenda mediatica di questi giorni.

Lega Nord Padania ha saputo cavalcare il fenomeno, diffondendo in real time una comuncazione ironica che ha portato ampia visibilità al leader politico. Ma cosa sarà accaduto alla web reputation di Salvini? Dateci il tempo di elaborare dati, analizzare conversazioni, hashtag e tweet e vi sapremo dire.

Pubblicato il 8 maggio 2015 Articolo scritto da Alessandro Caliandro

Chi sono i politici più amati su Twitter?

Secondo appuntamento con l’analisi del mondo della politica su Twitter. Dopo aver rilevato chi sono i politici più coinvolti nei discorsi dei cittadini su Twitter, oggi parliamo di web reputation in politica. Innanzitutto sgombriamo il campo da equivoci: la reputation online di un politico non si traduce in modo diretto in voti. Una cosa è la comunicazione (politica) fatta sui social, altra cosa è il consenso elettorale (i voti).

Chiaramente godere di una reputation online positiva è importante e aiuta, perché condiziona la percezione dell’opinione pubblica, alimenta il circuito autoreferenziale dei media, fa aumentare la propria popolarità e può ridurre il rischio che i propri messaggi vengano fraintesi e criticati; ma questo è solo uno dei tanti fattori che possono far tendere l’ago della bilancia verso un candidato piuttosto che un altro nel percorso elettorale. Se la comunicazione politica online sarà poi così influente da condizionare il risultato dell’urna lo scopriremo poi. A quanto pare, però, questo concetto non è chiarissimo a tutti.

Salvini su Facebook

 

Principalmente per i politici può essere importante conoscere la propria reputation (anche se fosse negativa) proprio per poter correggere il tiro della comunicazione. In questa breve analisi cerchiamo di capire come variano i livelli di reputazione all’interno dei discorsi politici su Twitter a seconda se ci riferiamo alle singole persone o alle entità collettive.

Viviamo in una società postmoderna, sempre più propensa all’individualismo esasperato: ci siamo chiesti se questa tendenza si rivela anche in questo contesto. Abbiamo dunque suddiviso il nostro database tra  personaggi politici (aggregando deputati, senatori, ministri, europarlamentari, sindaci, governatori di regione, sindacalisti, ed altri soggetti politici) e attori politici collettivi (enti associativi e istituzionali – partiti, istituzioni, sindacati).

Le classifiche (organizzate in Top 10) sono state stilate ordinando i nostri soggetti d’analisi per numero di tweet positivi ricevuti nel periodo: 7-13 Aprile 2015.

 

 

Politici più amati su Twitter

Chi sono i politici più amati su Twitter?

 

Gli enti associativi e istituzionali più amati

Chi sono gli enti associativi e istituzionali più amati su Twitter?

 

Osservando da vicino queste due classifiche emergono alcuni spunti di riflessione interessanti, che di seguito vi elenchiamo per punti:

  • “Matteo c’è!”. La palma del politico con il più alto numero di menzioni positive se la contendono Matteo Salvini (@matteosalvinimi) e Matteo Renzi (@matteorenzi), i quali staccano i loro ‘avversari’. Tra i due però a ‘vincere’ è Salvini con uno scarto di 1421 menzioni positive in più. Partendo dal fatto che entrambi hanno una base numericamente molto più consistente di mention – sono gli unici in questa speciale classifica a superare le 10.000 mention – lo avevamo visto già qui – è chiaro che chi sta all’opposizione ha storicamente vita più facile di chi sta al governo, potendo contare su una retorica “distruttiva” e non avendo, agli occhi dei cittadini, il peso di alcuna rendicontazione da sopportare. Interessante è notare come Salvini si attesti come il politico più amato ma il suo partito di appartenenza si piazza in quarta posizione nella classifica degli enti associativi e istituzionali. In questo caso l’individualità politica vince sull’entità collettiva.

 

  • Twitter Croce e Delizia. Analizzando la classifica in termini di valori percentuali, si nota come la maggior parte dei politici mostri una reputazione assai polarizzata, ovvero: a determinati livelli di reputation positiva ne corrispondono, più o meno, altrettanti di reputation negativa. Il fenomeno è abbastanza fisiologico su Twitter: tanto più un account politico genera traffico tanto più questi produrrà controversie tra il Pubblico di utenti. Questo discorso però sembra non valere per Gennaro Migliore (@gennaromigliore) ed Emanuele Fiano (@emanuelefiano), due esponenti del PD il cui ago della reputation punta decisamente verso il polo positivo (rispettivamente 79% e 57%). Bisogna considerare che il politico meno conosciuto a livello generale presumibilmente interagisce su Twitter con quella che possiamo identificare come la sua “cerchia”, un gruppo relativamente ristretto di utenti, in qualche modo più fidelizzato, attirando meno detrattori.

 

  • Partito del Presidente VS Partito Nazione. Il partito con la più alta reputazione nel nostro database è Forza Italia (@forza_italia, 4332 menzioni positive e 72% di reputation positiva), che stacca di misura il Partito Democratico (@pdnetwork), il quale presenta livelli di reputation molto più polarizzati. Nei due partiti il discorso quantitativo fatto poc’anzi vale in misura minore. Il numero di tweet in cui sono menzionati registra una distanza certamente maggiore degli altri account ma non così eclatante. C’è da considerare inoltre che soprattutto in questa fase storica i partiti, come un po’ tutti i corpi intermedi, risentono di un forte scollamento con la società. Come conseguenza, la maggior parte del discorso su Twitter che li riguarda è portata spesso avanti dagli iscritti, e poco dai cittadini comuni; persone dunque che sviluppano un discorso in qualche modo coerente con l’interlocutore o quanto meno poco critico. Il confronto tra i due partiti è quanto meno emblematico: a fronte di un numero di tweet molto simile (5.990 per Forza Italia, 6.279 per il PD) l’account forzista ha il 72% di tweet positivi, quello piddino solo il 21%. Una simile fotografia sembra pienamente coerente con l’idea di “partito del presidente” con cui viene spesso etichettato FI per il rapporto di piena adesione valoriale dei suoi iscritti. Dall’altra parte abbiamo il “partito nazione”, che nelle intenzione di Renzi, è destinato a fare da casa alle idee più diverse e che quindi facilmente possono andare in conflitto.

 

  • Istituzioni emergenti. Interessante la comparsa a metà classifica di vari attori istituzionali quali: la Camera dei Deputati (@Montecitorio), il Governo (@Palazzo_Chigi), il Ministero dello Sviluppo (@MinSviluppo), il Comune di Milano (@ComuneMI), il Comune di Firenze (@comunefi). Questi però non sembrano suscitare particolare entusiasmo e controversie negli utenti, dati i loro alti livelli di reputation neutra.

 

Metodologia

La base dati su cui è stato sviluppato il seguente lavoro consiste in 287.448 tweet in lingua italiana raccolti tra il 7 e il 13 Aprile 2015. I dati sono stati raccolti seguendo esclusivamente le @mention ufficiali (vedi il precedente post, “Quali sono i politici più twittati?”, per ulteriori specifiche a riguardo).

Le categorie non sono state costruite arbitrariamente ma seguendo la categorizzazione delle entità politiche proposte da Wikipedia. Per quanto riguarda le liste di personaggi/entità politiche da inserire in ciascuna categoria ci siamo appoggiati a liste preesistenti fornite da fonti ufficiali (es. il sito della Camera dei deputati per la lista dei Deputati). In altri casi ci siamo affidati nuovamente a Wikipedia (es. elenco dei Partiti).

Il sentiment dei tweet è stato calcolato automaticamente tramite l’ausilio di un software proprietario che utilizza algoritmi di machine learning.

 

Concludendo

La realtà politica è in continuo movimento. È chiaro quindi che le nostre analisi sono destinate ad aggiornarsi di continuo, i risultati da qui a poche settimane potrebbero stravolgersi e l’unica strada per sopravvivere in questa “jungla” è monitorare la realtà; l’approfondimento netnografico è un utile strumento per estrarre ulteriori elementi significativi.

Nella prossima tappa del nostro viaggio inizieremo a chiederci di cosa parlano i politici su Twitter. Stay Tuned!

Articolo scritto in collaborazione con Andrea Vecchione (@andrevecchione)

Pubblicato il 27 aprile 2015 Articolo scritto da Alessandro Caliandro

Chi sono i politici più twittati?

Chi sono i politici più twittati in Rete? Oggi iniziamo a esplorare su Viralblog il mondo della politica, aiutandoci con l’analisi netnografica e il community listening.

Vi siete mai chiesti chi è che si rivolge ai politici sui social network? I cittadini parlano con i loro rappresentanti attraverso i canali social? Chi è il politico più bersagliato o elogiato della Rete? I big data ci aiutano a capire come si muovono su Twitter i personaggi politici, dandoci anche importanti segnali sulla loro reputation.

Il nostro focus di oggi è l’analisi del discorso sui politici, nel mare magnum di Twitter, che è ormai diventato il medium di riferimento dei protagonisti della cosa pubblica e dunque anche dell’agenda giornalistica. Ci siamo chiesti: chi sono i politici più coinvolti nei discorsi dei cittadini su Twitter? Per chi è pratico di Twitter il fulcro del nostro ragionamento è la mention (@).

La base dati su cui è stato sviluppato il seguente lavoro consiste in 151.553 tweet in lingua italiana raccolti tra l’1 e l’8 Aprile 2015.

Quella che vi proponiamo è una classificazione di un insieme di dati, estrapolati da Twitter e segmentati secondo categorie semantiche proprie del contesto culturale politico – piuttosto che secondo categorie proprie dell’ecosistema di Twitter (es. n° di Follower). Abbiamo costruito una classifica dei personaggi politici e delle entità politiche più menzionate su Twitter, segmentandoli per area politica di appartenenza/attività. Le categorie utilizzate sono le seguenti: Ministri, Deputati, Senatori, Europarlamentari, Governatori di Regione, Sindaci di capoluogo di Regione, Partiti, Sindacati, Istituzioni, Altro (dove la categoria ‘Altro’ è tutt’altro che residuale poiché comprende personaggi molto attivi nella comunicazione politica su Twitter ma privi di incarichi istituzionali, come ad esempio Beppe Grillo).

Un’ultima classifica riguarda i politici più interattivi. All’interno del dataset (151.553 tweet), abbiamo analizzato quali sono i protagonisti politici che più interagiscono con altri politici. In questo senso, la classifica riguarda i politici che più di tutti menzionano altri personaggi ed entità politiche.

Nell’immagine che segue, sono sintetizzati i risultati della nostra analisi.

 

Chi sono i politici più twittati?

 

Dalle nostre classificazioni emergono insight molto interessanti:

 

  • Governo “Piglia tutto”. La categoria con il più alto numero di menzioni risulta essere il Governo con i suoi ministri (50130@, 33%). Il risultato potrebbe non stupire se si pensa che chi è al governo, per il ruolo istituzionale ricoperto, pilota inevitabilmente l’agenda pubblica e la sua attività fa inevitabilmente notizia. In realtà se consideriamo la diversa consistenza numerica dei raggruppamenti, salta all’occhio un dato interessante: nel database senatori e deputati sono molto più numerosi (ci sono alcune centinaia di account Twitter) eppure il dato aggregato di mention è nettamente inferiore al raggruppamento governativo.
  • Renzi “Special one”. Al di là della rilevanza istituzionale, il dato della categoria “ministri” è figlio principalmente del contributo di Renzi, che per sue specifiche peculiarità nello stile di comunicazione fa la parte del leone. Renzi ha ben interiorizzato la lezione americana della “permanent campaign”, e fa del suo account Twitter uno dei principali megafoni dell’azione di Governo, alimentando un discorso virtuale su di lui ben più ampio rispetto a quello dei suoi colleghi. Le proporzioni di questo dato lasciano poco spazio ai dubbi: oltre 39.000 mention, laddove la media di tutto il parterre politico analizzato raramente supera le 5.000 mention. Doppiato senza problemi il guru della politica 2.0 Beppe Grillo (@Beppe_Grillo – 10.985@). L’unico che tiene testa a Renzi in qualche modo, supportato forse da un persistente presenzialismo sui mass media, è Salvini (@matteosalvinimi – 23299@).
  • Storace “L’infiltrato”. Un dato interessante e curioso è la fervente attività su Twitter di Francesco Storace, un soggetto che al momento non ricopre incarichi istituzionali. L’ex governatore del Lazio, sembra così voler restare aggrappato al circuito politico, facendo da sponda agli altri. I suoi oltre 109mila Tweet confermano la sua intensa attività sul social e la sua dedizione al retweet (“Ritwitto molto, a qualcuno dispiace, a me no”, si legge nella sua Bio di Twitter).

 

Metodologia  

I tweet che formano la base dati della nostra analisi sono stati estratti da un database costruito seguendo un più ampio bacino di entità politiche. I dati sono stati raccolti seguendo esclusivamente le @mention ufficiali, sia per i personaggi politici che per le entità. Questo restringe un po’ la base dati disponibile (Matteo Renzi può essere menzionato informalmente da un utente anche quando questi scrive ‘renzi’ senza utilizzare la mention ‘@matteorenzi’). Tuttavia questa strategia conserva l’enorme vantaggio di: a) ottenere dati perfettamente comparabili; b) eliminare il problema dell’ambiguità semantica. L’output che ne risulta conserva quindi un più alto grado di scientificità e attendibilità.

Le categorie non sono state costruite arbitrariamente ma seguendo la categorizzazione delle entità politiche proposte da Wikipedia. Per quanto riguarda le liste di personaggi/entità politiche da inserire in ciascuna categoria, abbiamo consultato in alcuni casi elenchi preesistenti forniti da fonti ufficiali (es. il sito della Camera dei deputati per la lista dei Deputati http://www.camera.it/), in altri casi Wikipedia (es. elenco dei Partiti).

 

Adesso siamo curiosi di conoscere la vostra opinione. Dalla nostra analisi emergono tanti nomi noti, vi aspettavate questi risultati?

Il nostro viaggio è appena all’inizio, il prossimo obiettivo sarà scoprire chi è il politico più amato dagli italiani. n.d.r. ora non commentate tutti Scavolini!

 

Articolo scritto in collaborazione con Valentina Sturiale e Andrea Vecchione  

Pubblicato il 16 aprile 2015 Articolo scritto da Andrea Vecchione

Cos’è una Community online? I 4 principi fondamentali del Community Management

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Che cos’è una Community online? Community Management e Social Media Management sono la stessa cosa? Tutti questi termini sono ormai entrati nel linguaggio comune, almeno per chi è appassionato di mondo digitale o aspira a diventare un “social media coso”, come amo definirmi io. Forse però non siamo mai andati davvero oltre l’etichetta.

Dare soldi vedere cammello – Negli ultimi tempi ci ha pensato Zuckerberg a cambiare le carte in tavola, modificando, per fini commerciali, la vocazione profonda del gioiellino Facebook. Prima ci ha fatto affezionare al concetto di viralità, all’idea che la condivisione spontanea frutto dell’interattività dei nostri fan fosse la chiave di tutto, poi, da circa due anni (a partire dall’estate 2013) è iniziata la mutazione. Dal mio punto di vista, oggi, il più famoso social network si è trasformato in paid media (e non sono solo io a pensarla così!). A voler essere “buoni”, i meccanismi spontanei di viralità sono rimasti in piedi, ma solo se correlati ad un determinato tipo di investimento economico. Ecco perché, se prima era più facile equiparare le dinamiche di Facebook a quelle di una qualsiasi Community, oggi bisogna fare molta più attenzione.

La Community online non è Facebook –  L’oggetto misterioso “Community” non coincide con i fan di Facebook. Non coincide con gli iscritti al nostro blog. Non coincide con i nostri Follower di Twitter. Ma con tutti questi insieme. La nostra Community di riferimento, sia che riguardi un brand commerciale o un giornale online, sia che riguardi un gruppo di persone che condividono la stessa passione o anche semplicemente noi stessi (e qui entriamo nel campo del personal branding), non deve essere assolutamente confuso con la piattaforma che fa da “casa” alla Community. La Community, anche se siamo online, resta un gruppo di individui che interagiscono tra di loro, in più luoghi e con logiche diverse.

Fatte queste premesse possiamo arrivare al cuore del nostro ragionamento. Quali sono i principi fondamentali su cui costruire la nostra attività di gestione? Eccoli in sintesi:

  • Conoscere il pubblico. Chi sono i nostri utenti? Non esistono valutazioni giuste “in assoluto”, slegate dal contesto in cui andiamo ad applicarle o dal pubblico con cui ci interfacciamo. Ogni decisione o valutazione va presa in riferimento al pubblico a cui stiamo parlando, tenendo presente che ogni singolo utente ha una propria personalità, un proprio modo di rapportarsi al resto della Community e di reagire ai nostri stimoli. Una volta fissatoci in testa “cosa” vogliamo dire, dobbiamo riflettere sul come, senza avere la presunzione che una scelta possa andare bene per tutti, perché è la “nostra” o perché è quella che nella maggior parte dei casi (e degli utenti) è stata quella vincente.
  • Conoscere il luogo. Come detto, la “nostra community” può scegliere di manifestarsi ovunque (spesso anche in luoghi che sono fuori dal nostro diretto controllo). Quindi la prima necessità è conoscere quali sono questi luoghi: raccogliere informazioni attraverso analisi e monitoraggio del Web per capire dove i nostri utenti hanno scelto di mettere radici e capire in che modo e con quale linguaggio si rapportano al mezzo.
  • Conoscere la legge. Al di là delle valutazioni strategiche e legate all’aspetto comunicativo della nostra Community, gli utenti ricevono la nostra comunicazione e ci restituiscono un feedback sotto forma di UGC (User Generated Content). La gestione di qualsiasi contenuto in una Community va portata avanti avendo ben chiaro il quadro normativo di riferimento. Siamo su una piattaforma di nostra proprietà o ad esempio siamo su Facebook? Chi è responsabile di quei contenuti agli occhi della legge? Quali sono i reati più diffusi in cui possiamo incorrere in quanto gestori? Se non conosciamo la risposta a queste domande, stiamo partendo col piede sbagliato.
  • Conoscere il “cliente”. Il cliente va inteso in senso ampio (come detto, possiamo anche lavorare per “noi stessi”, non solo per un’azienda esterna). La Community che gestiamo è solo uno dei tanti strumenti di comunicazione, a disposizione di un brand. Come tale, deve essere coerente con la sua identità. Il risultato di questo ragionamento applicato ad una community si chiama “policy “. La policy, decisa in accordo con il cliente, dovrà ispirare ogni nostra valutazione. I nostri criteri di valutazione devono tenere in considerazione le scelte strategiche del cliente rispetto all’immagine che vuole comunicare all’esterno e offrirsi come linea guida per gli utenti sin da subito. Gli utenti sono persone e come avviene nel mondo offline, quando si è ospiti di qualcuno, sono tenuti a rispettare le regole.

 

Partendo da queste considerazioni, possiamo addentrarci nelle infinite dinamiche delle Community digitali. Siete pronti?

 

 

Pubblicato il 9 aprile 2015 Articolo scritto da David Consolazio

Mobile Payment: benchmarking dei player del settore

Il mobile payment sta diventando una pratica sempre più diffusa tra consumatori ed esercenti. Soprattutto vediamo come diversi player si stanno affacciando su questo nuovo ed innovativo mercato; player di rilievo quali Google, Apple, PayPal o Ubi Banca.  L’elemento discriminante del mobile payment è l’uso dello smartphone come leva di innovazione nel processo di pagamento, indipendentemente dagli strumenti di pagamento utilizzati e dalle tecnologie di comunicazione adottate. Le App di mobile payment, per essere definite tali, devono tuttavia svolgere almeno quattro funzioni fondamentali: pagamento in prossimità, pagamento da remoto, mobile commerce e trasferimento di denaro tra dispositivi mobile.

Al fine di comprendere meglio questo fenomeno emergente abbiamo deciso, in collaborazione con il Centro Studi Etnografia Digitale,  di operare un mappatura del mercato del mobile payment attraverso un’analisi di benchmarking dei principali player del settore, analizzando i servizi offerti e le tecnologie a supporto utilizzate.

I risultati del nostro studio sono sintetizzati nell’Infografica che troverete qui sotto e nel commento analitico che segue.

 

Metodologia

I principali player del settore individuati sono undici: Apple Pay, Google Wallet, Hype, MySi, PayPal, PlainPay, Satispay, Ubi Pay, Up Mobile, WoW, 2Pay. Tali player sono stati poi catalogati in base al possesso/non possesso delle seguenti caratteristiche/funzionalità:

Mobile Remote Payment: indica la possibilità di attivare in remoto il pagamento di un bene o di un servizio attraverso un dispositivo mobile.

Mobile Commerce: indica la possibilità di effettuare attraverso dispositivo mobile la selezione e l’acquisto di un prodotto o di un servizio (selezione, acquisto, confronto di prezzi e prodotti, configurazione del prodotto ecc.) con un modello simile a quello dell’e-Commerce da PC.

Mobile Money Transfer: indica la possibilità di trasferire denaro da persona a persona, non necessariamente in seguito a procedure di acquisto/vendita.

Mobile Proximity Payment: indica la possibilità di effettuare pagamenti elettronici “di prossimità”, ovvero pagamenti per cui è necessaria una vicinanza fisica tra l’acquirente ed il venditore del prodotto/servizio acquistato (contactless).

Svincolo da Carta e Conto: indica se il servizio in esame deve necessariamente appoggiarsi a un conto corrente o ad una carta già in possesso dell’utilizzatore, o se tale servizio ne risulta svincolato, permettendo di trasferire denaro, effettuare acquisti e portare a termini pagamenti (da remoto o in prossimità) senza appoggiarsi a nessun conto e a nessuna carta.

QR Code: indica la possibilità di leggere Quick Response Code per effettuare pagamenti in prossimità o da remoto.

NFC: indica la possibilità di effettuare pagamenti in prossimità tramite Near Field Communication technology.

Cashback: indica la possibilità per l’utente di ricevere soldi reali (spendibili immediatamente) a seguito di un acquisto (da remoto o in prossimità) portato a termine con l’applicazione.

 

Analisi 

Nell’Infografica sottostante è possibile osservare la presenza o meno delle caratteristiche descritte, per ciascuno dei brand presi in considerazione.

Mobile Payment: benchmarking dei player del settore

Mobile Payment: benchmarking dei player del settore

 

Apple Pay. Il servizio è ovviamente limitato a prodotti della casa madre, ma non solo: attualmente è fruibile unicamente ai possessori di quattro device (iPhone 6, iPad Air 2, iPad mini 3, Apple Watch). Il Pagamento in prossimità è abilitato tramite NFC, la funzione commerce è utilizzabile solo per determinate mobile App, mentre la funzionalità di scambio di denaro person-to-person non è prevista. Non risulta svincolato dalle carte, dal momento che è necessario associare l’App ad un account iTunes o Passbook con una carta fisica precedentemente registrata.

2pay. 2pay è il brand che dispone di tutte le funzionalità analizzate, mancando unicamente dell’abilitazione al NFC – anche se prevede il pagamento in prossimità o da remoto tramite QR Code.  2pay è inoltre svincolato da conto corrente bancario e carte di credito ed è l’unica applicazione a prevedere un servizio di cashback.

Google Wallet. Abilitato a svolgere tutte e quattro le funzioni del mobile payment, necessita di almeno una carta prepagata da agganciare all’account per usufruire dei servizi. Lo scambio di denaro tra privati non avviene tramite SMS come per le altre applicazioni, bensì via Gmail. I pagamenti contactless si effettuano tramite NFC.

Hype. Invio di denaro gratuito e pagamenti a distanza sono i punti forti del servizio, congiuntamente al fatto di essere l’unico player, insieme a 2pay, ad essere realmente svincolato da carte e conti. Tramite Hype però non è possibile effettuare pagamenti in prossimità: il servizio non risulta infatti abilitato né alla tecnologia NFC né a quella QR Code. Per ovviare a questa mancanza l’utente viene fornito di una carta di pagamento fisica dotata di chip NFC per acquisti contactless, i quali risultano in questo modo svincolati dal device mobile.

MySi. L’App permette di effettuare pagamenti in prossimità con NFC, o a distanza con QR code o codice web, risultando di fatto l’unica App tra quelle analizzate ad essere abilitata ad entrambe le tecnologie, seppur con scopi diversi. Non prevede tuttavia né acquisti online (ad eccezione delle ricariche) né trasferimento di denaro tra privati. Richiedendo inoltre una carta di credito per usufruire dei servizi non ne risulta quindi svincolata.

PayPal. PayPal è senz’altro il leader indiscusso del pagamento da remoto, soprattutto grazie alle partnership con Ebay e Amazon. Il servizio richiede commissioni abbastanza elevate (0,35€ di costo fisso a transazione + percentuali scalabili in base all’entità dell’importo versato fino al 3,4%) e non è abilitato ai pagamenti in prossimità (non fa uso né di NFC, né di QR code).

PlainPay. Il sito non è molto esplicativo, ma si evince che l’App non ha alcuna sezione di commerce dedicata, mentre è incentrata sul trasferimento di denaro tra privati e sul pagamento sia a distanza che in prossimità tramite QR code (o in alternativa barcode e Data Matrix). Non è svincolata da conto corrente e carte di credito, dal momento che uno dei claim principali è quello di agire come strumento di completa interazione con la banca, permettendo di prelevare senza bancomat e di gestire l’Home Banking tramite la funzione di token.

Satispay. Sebbene dichiari anche la possibilità di effettuare e ricevere pagamenti, questi non possono essere definiti propriamente “in prossimità”, dal momento che non si fondano su nessuna delle tecnologie che qualifica tale categoria di pagamento (NFC, QR, Data Matrix), bensì su un semplice invio di denaro. Per gli esercenti la ricezione dei pagamenti è gratuita fino a transazioni inferiori a € 10, mentre assume un costo fisso di € 0,20 per importi superiori. Invio e ricezione di denaro tra privati sono completamente gratuiti. Necessita di un conto corrente bancario o alternativamente di una carta con IBAN per poter essere utilizzato.

Ubi Pay. Applicazione che si sta promuovendo anche attraverso canali tradizionali (spot TV), utilizza tecnologia NFC per i pagamenti in prossimità. È abilitata al trasferimento di denaro (eventuali costi non sono menzionati) e si appoggia al circuito MasterPass per il lato commerce.  È dedicata esclusivamente ai possessori di un conto corrente UBI Banca o di almeno una carta prepagata Enjoy, in abbinamento al servizio di internet banking Qui UBI. Necessità di installare l’applicazione Tim Wallet per supportare i pagamenti contactless.

Up Mobile. Il punto di forza di quest’App risiede nelle funzioni di mobile commerce, permettendo il pagamento a distanza di bollettini postali, mezzi pubblici, parcheggi. Interessante anche il claim “salta le file”: con l’App è possibile acquistare biglietti per cinema o concerti inquadrando il QR code sui manifesti. Sempre con il QR code è possibile portare a termine acquisti in prossimità o pagare su uno dei 4.000 siti di e-Commerce convenzionati.  Il trasferimento di denaro person-to-person non è previsto.

WoW. L’applicazione non risulta abilitata al pagamento contactless e si appoggia a PayPal per quanto riguarda il trasferimento di denaro tra privati, prevedendo per questo dei costi per le operazioni (gratuite fino al 10 Aprile se si collegano carte CheBanca!). Nell’area commerce emerge la possibilità di pagare bollettini, bollo auto, abbonamenti per trasporti pubblici, canone RAI, Mediaset Premium ed effettuare ricariche telefoniche, il tutto appoggiandosi al circuito Masterpass con pagamento tramite QR code.

 

Considerazioni 

Alla luce dell’analisi delle singole applicazioni di Mobile Payment e dei servizi da esse offerti emerge come tutte abbiano la funzione di Mobile Remote Payment e tutte, ad esclusione di MySi e PlainPay, abbiano integrata la funzione di Mobile Commerce. Le uniche App che presentano le quattro funzioni principali del Mobile Payment sono 2pay, Google Wallet e Ubi Banca. La tecnologia NFC, quando presente, si sostituisce al QR Code, tranne nel caso di MySi. Ad oggi invece gli unici player che consentono un servizio di Mobile Payment svincolato da conto corrente o carta sono: 2pay e Hype. L’unica App che integra la funzione Cash Back è 2pay.

 

Questa è la mappatura del mercato del mobile payment, nel prossimo post vi parleremo dei temi emergenti afferenti il nuovo metodo di pagamento, rilevati all’interno delle discussioni online attraverso la Content Analysis.

Appuntamento al prossimo post!

Pubblicato il 3 aprile 2015 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Come usare i social media per lanciare una startup (e coinvolgere gli influencer): il workshop tenuto alla #BattleMI

Quando si fa il lavoro che faccio io, può capitare di essere chiamati a tenere uno speech per condividere la propria esperienza durante una giornata di formazione. Questo recentemente è accaduto durante La Battaglia delle Idee 2015, evento organizzato da Ninja Marketing, di cui Viralbeat è stata partner per la terza volta. La #BattleMI di quest’anno è stata il main event del Global Entrepreneurship Congress 2015 e si è articolata in una due giorni di formazione e networking, conclusasi poi con la battaglia a suon di rap degli startupper.

I “cugini” (nonché ex colleghi) della Ninja Academy mi hanno chiesto di spiegare in 45 minuti come si possono usare i social media per lanciare una startup: devo dire che non è stato semplice riassumere una materia così vasta in poco tempo, ma ci ho provato. Per chi non era presente, ma anche per qualcuno che era presente e vuole rinfrescare i concetti, ecco una sintesi del mio intervento.

Hai fondato una startup. E adesso?

Non può esserci un valido approccio pratico senza un’adeguata base di teoria. E quindi rispolveriamo un attimo il concetto (per la verità già citato nel lontano 1999 dal Cluetrain Manifesto) che una volta entrati sul mercato, si diventa inevitabilmente parte delle conversazioni che lo compongono.

Analizza!

La stragrande maggioranza delle opinioni postate dagli utenti sono spontanee, in particolar modo quelle sui social network, e questo le rende importantissime perché possono essere analizzate e comprese.

Come usare i social media per lanciare una startup_01

Quindi si possono capire meglio diversi elementi fondamentali: ad esempio se qualcuno parla già del nostro brand, in quali luoghi della Rete se ne parla e in che termini (positivi o negativi), ma anche chi ascolta noi o i nostri competitor, e quindi qual è potenzialmente il nostro pubblico ideale.

Come usare i social media per lanciare una startup_02

Una volta ottenuti questi dati, siamo pronti a relazionarci con le persone all’ascolto, a patto di avere seriamente qualcosa da dire, si capisce. Ora ci servono “solo” 4 cose: tanta qualità per i contenuti, il giusto tempismo, un piano editoriale e la possibilità di analizzare i risultati di quello che facciamo.

Come usare i social media per lanciare una startup_03

Una breve parentesi sulla qualità dei contenuti: non bisogna dire più del necessario, e cercare sempre di restituire valore a chi compie uno sforzo (anche solo in termini di tempo) per leggere i nostri contenuti. Solo in questo modo si può ottenere un coinvolgimento vero dell’utente, e poco male se bisogna investire un po’ di budget per rendere i contenuti più visibili. Alla lunga, e soprattutto se svolta con criterio, la promozione porta solo benefici.

È chiaro anche che ogni canale ha delle caratteristiche che lo rendono unico rispetto agli altri, e che richiedono dei contenuti adattati alle singole peculiarità.

Dopo aver iniziato, chiaramente, si deve sempre monitorare il rendimento delle azioni che si svolgono, perché senza tanta pratica non si arriva da nessuna parte. Le parole d’ordine sono tentare, misurare, ottimizzare. Potete partire dalle sezioni analytics offerte nativamente dalle varie piattaforme, ma ci sono tanti tool per approfondire (di cui parleremo in separata sede).

Chiudo con un canale che si può definire indiretto, ma che non è assolutamente da sottovalutare, specialmente se dovete lanciarvi sul mercato e farvi conoscere: coltivate le relazioni con le personalità!

Come usare i social media per lanciare una startup_04

Gli influencer sono come gli unicorni: creature difficilissime da trovare, ma con una certa magia.Chi, infatti, meglio di una persona che già parla di quello che succede nel vostro settore, ed è esperta in materia, per portare il vostro messaggio all’attenzione di un pubblico già in target? È chiaro che bisogna fare le cose per bene, con una corretta strategia di contatto e, quando serve, anche un’equa ricompensa.

Manca solo il ringraziamento al pubblico per avermi ascoltato, e l’invito a farmi delle domande se ne avete. Potete scrivere nei commenti a questo post, oppure contattarci su Twitter e Facebook.

Pubblicato il 6 marzo 2015 Articolo scritto da Rosaria Toriello

Viralbeat alla BattleMI #GEC2015

BattleMI

Viralbeat anche quest’anno è partner de La Battaglia delle Idee. L’evento organizzato da Ninja Marketing e Ninja Academy, dedicato a startupper e innovatori, dopo il successo delle due precedenti edizioni di Napoli e Salerno, sbarca a Milano, al MiCo, il 18 Marzo 2015.

La #BattleMI sarà il main event del GEC, il Global Enterpreneurship Congress, il più importante evento internazionale sull’imprenditoria innovativa, che per la prima volta quest’anno si tiene in Italia.

Come accaduto nelle precedenti edizioni, durante La Battaglia delle Idee ci saranno dei momenti utili per fare networking e aiutare gli startupper ad orientarsi e creare nuove connessioni, oltre a dei workshop formativi completamente gratuiti aperti a tutti.

Il 17 Marzo alle ore 11:00 interverrà il nostro Digital Strategist Luigi Ferrara, con il workshop “How to use Social Media to launch your startup (and engage influencers)”, in cui spiegherà le azioni digital e social indispensabili da compiere nella fase di lancio di un’impresa e indicherà gli strumenti più importanti da utilizzare.

Iscriviti gratuitamente su Eventbrite per assistere alla #BattleMI e seguire i workshop in programma. Salva sul tuo Google Calendar il nostro workshop del 17 Marzo.

Se, invece, vuoi candidare la tua startup alla #BattleMI compila il form di iscrizione sul sito www.battagliadelleidee.it, entro il 10 Marzo.

Non perdere l’occasione unica di salire sul palco del Global Entrepreneurship Congress per la pitch competition a suon di musica rap.

Il vincitore della #BattleMI porterà a casa tool e strumenti utili per la crescita della  sua startup, tra i quali una consulenza di Viralbeat in Social Media Marketing.

Ci vediamo alla #BattleMI!

 

Pubblicato il 23 febbraio 2015 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Guida alla lettura dei Facebook Insights – Parte 2

Guida alla lettura dei Facebook Insights – Parte 2

Nella prima parte della guida alla lettura dei Facebook Insights ci eravamo lasciati ai dati esportati al livello della Pagina.

Per quanto approfonditi e dettagliati anche a livello temporale, sono sempre dati aggregati della pagina, e conteggiano comunque una somma di diverse parti,  essendo riferiti a tutti i post pubblicati nell’unità temporale considerata, sia essa mese, settimana, giorno oppure ora.

Gli Insight di Facebook, per fortuna, ci permettono di andare più a fondo e avere i dettagli di ogni singolo post. Scaricare questo secondo report è importante anche perché può farci capire meglio diversi elementi, ad esempio sul funzionamento dell’algoritmo che gestisce la visibilità dei post, oppure su dei valori aggregati che troviamo nel report “grafico” sulla Pagina (per esempio il famoso PTA).

Il report dettagliato sui post dei Facebook Insights

Come per il report principale, per scaricare il file in formato Excel o csv basta cliccare in alto a destra, impostare l’intervallo di tempo che si vuole analizzare e selezionare “post level”.

All’apertura ci troviamo davanti un’altra bella quantità di fogli elettronici e numeri: nelle prime colonne di tutti i fogli troviamo sempre l’ID associato al post, il suo permalink, il testo, la tipologia (foto, link, status, video, ecc.), l’eventuale target e la data e ora in cui è stato postato. Nelle successive troviamo le statistiche vere e proprie.

Il primo foglio contiene le “Key metrics”, i dati salienti:

– È interessante riuscire a distinguere puntualmente tra portata (numero di utenti unici raggiunti dal post) e impression (numero di visualizzazioni del post), e li troviamo suddivisi tra organici e paid. Inoltre viene chiarito il fatto che Facebook conteggia anche i momenti in cui il post appare nel ticker delle notizie in alto a destra;

– Un’altra distinzione è tra engagement (numero di utenti che hanno cliccato in un punto qualsiasi del post) e consumption (numero di clic totali);

– Altro dato interessante è il numero di feedback negativi (cioè quando un post viene nascosto o un utente smette di seguire la pagina) ricevuti da ciascun post, seguito subito dal nuero di utenti che li hanno espressi;

– Andando avanti ci viene fornito il dato di impression, utenti unici raggiunti ed engagement riferito soltanto alle persone che seguono la pagina;

– Infine le statistiche sui video, che dopo l’implementazione dei Facebook Ads specifici per i video sono disponibili anche in un report a sè stante.

I fogli successivi, com’era anche per il report a livello Pagina, approfondiscono i dati del primo suddividendoli per tipologie. Quindi troviamo:

– Tutto quello che volevate sapere sul PTA: il numero di utenti unici che hanno generato una storia tramite un’interazione, o il numero di storie generate a partire dai post della pagina, suddivisi per tipologia (like, share, commenti);

– Il numero di utenti unici che hanno cliccato e il numero di clic sui post divisi per tipologia: apertura dell’immagine o clic su un eventuale link;

– Il numero di feedback negativi e il numero di utenti unici che li hanno generati, sempre divisi per tipologia.

 Il report per i post Video

I video sono di gran lunga il tipo di contenuto più performante del momento, tanto che Facebook ha deciso di offrire anche un report a parte oltre a quello menzionato poco più su negli Insights a livello post.

Questo report vi dà accesso a diversi tipi di misurazione del rendimento dei video, più o meno approfonditi e più o meno rilevanti. Sul primo foglio, ad esempio, ci sono i dati aggregati di impression, portata e visualizzazioni, più quelli riferiti agli utenti unici.

È doveroso precisare che i dati aggregati delle visualizzazioni conteggiano tutti i video guardati per almeno 3 secondi e quelli solo di passaggio nel feed: proprio per questo, Facebook ci comunica le stesse tre metriche riferite anche ai video guardati almeno per 30 secondi o al 95% della durata.

Di nuovo, le metriche principali vengono approfondite nei dettagli:

– Metriche suddivise tra AutoPlay e Click to Play;

– Suddivisione tra paid e organico;

– Il numero di visualizzazioni per percentuale di durata (sia autoplay che click to play);

– Numero di clic;

– PTA: storie, interazioni, feedback.

A questo punto conoscete la teoria, e siete pronti per analizzare nella pratica i dettagli dei vostri Insight di Facebook.

Posso solo rinnovarvi l’invito a condividere le vostre osservazioni o, nel caso le abbiate, fare tutte le domande che volete. Buona condivisione!

Pubblicato il 9 febbraio 2015 Articolo scritto da Staff Viralbeat

Lavora con noi: Viralbeat cerca Digital Strategist Junior

Lavora con noi: Viralbeat cerca Digital Strategist Junior

Descrizione del lavoro e caratteristiche

Viralbeat è alla ricerca di un/a Digital Strategist Junior che affianchi una figura Senior nella sede di Salerno (SA).
Il/la candidato/a collaborerà nell’elaborazione delle strategie digitali e nella produzione dei documenti di presentazione per i clienti.

PERSONAL & PROFESSIONAL SKILLS:
– formazione in area umanistica o comunicazione/marketing;
– ottime capacità relazionali e comunicative;
– ottime capacità di scrittura;
– capacità di problem solving;
– capacità di lavorare in team e in modo indipendente;
– capacità di lavorare sotto pressione;
– ottima padronanza della lingua inglese;
– esperienza pregressa nel settore o in agenzie di comunicazione;
– conoscenza degli strumenti di base di web analytics e web monitoring;
– conoscenza delle logiche SEO e dei principali strumenti di online ADV;
– ottima conoscenza del pacchetto Microsoft Office e di Keynote.

Cerchiamo una persona curiosa, creativa, precisa, con voglia di crescere e con una forte passione per il web, il mondo dei social e della comunicazione.

Il tipo di collaborazione, la durata e il compenso saranno da concordare in base alle competenze del candidato selezionato.

Inviare le proprie candidature a chiara.puglia[@]viralbeat.com specificando nell’oggetto “Candidatura: Digital Strategist Junior”.

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