Pubblicato il 16 aprile 2015 Articolo scritto da Andrea Vecchione

Cos’è una Community online? I 4 principi fondamentali del Community Management

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Che cos’è una Community online? Community Management e Social Media Management sono la stessa cosa? Tutti questi termini sono ormai entrati nel linguaggio comune, almeno per chi è appassionato di mondo digitale o aspira a diventare un “social media coso”, come amo definirmi io. Forse però non siamo mai andati davvero oltre l’etichetta.

Dare soldi vedere cammello – Negli ultimi tempi ci ha pensato Zuckerberg a cambiare le carte in tavola, modificando, per fini commerciali, la vocazione profonda del gioiellino Facebook. Prima ci ha fatto affezionare al concetto di viralità, all’idea che la condivisione spontanea frutto dell’interattività dei nostri fan fosse la chiave di tutto, poi, da circa due anni (a partire dall’estate 2013) è iniziata la mutazione. Dal mio punto di vista, oggi, il più famoso social network si è trasformato in paid media (e non sono solo io a pensarla così!). A voler essere “buoni”, i meccanismi spontanei di viralità sono rimasti in piedi, ma solo se correlati ad un determinato tipo di investimento economico. Ecco perché, se prima era più facile equiparare le dinamiche di Facebook a quelle di una qualsiasi Community, oggi bisogna fare molta più attenzione.

La Community online non è Facebook –  L’oggetto misterioso “Community” non coincide con i fan di Facebook. Non coincide con gli iscritti al nostro blog. Non coincide con i nostri Follower di Twitter. Ma con tutti questi insieme. La nostra Community di riferimento, sia che riguardi un brand commerciale o un giornale online, sia che riguardi un gruppo di persone che condividono la stessa passione o anche semplicemente noi stessi (e qui entriamo nel campo del personal branding), non deve essere assolutamente confuso con la piattaforma che fa da “casa” alla Community. La Community, anche se siamo online, resta un gruppo di individui che interagiscono tra di loro, in più luoghi e con logiche diverse.

Fatte queste premesse possiamo arrivare al cuore del nostro ragionamento. Quali sono i principi fondamentali su cui costruire la nostra attività di gestione? Eccoli in sintesi:

  • Conoscere il pubblico. Chi sono i nostri utenti? Non esistono valutazioni giuste “in assoluto”, slegate dal contesto in cui andiamo ad applicarle o dal pubblico con cui ci interfacciamo. Ogni decisione o valutazione va presa in riferimento al pubblico a cui stiamo parlando, tenendo presente che ogni singolo utente ha una propria personalità, un proprio modo di rapportarsi al resto della Community e di reagire ai nostri stimoli. Una volta fissatoci in testa “cosa” vogliamo dire, dobbiamo riflettere sul come, senza avere la presunzione che una scelta possa andare bene per tutti, perché è la “nostra” o perché è quella che nella maggior parte dei casi (e degli utenti) è stata quella vincente.
  • Conoscere il luogo. Come detto, la “nostra community” può scegliere di manifestarsi ovunque (spesso anche in luoghi che sono fuori dal nostro diretto controllo). Quindi la prima necessità è conoscere quali sono questi luoghi: raccogliere informazioni attraverso analisi e monitoraggio del Web per capire dove i nostri utenti hanno scelto di mettere radici e capire in che modo e con quale linguaggio si rapportano al mezzo.
  • Conoscere la legge. Al di là delle valutazioni strategiche e legate all’aspetto comunicativo della nostra Community, gli utenti ricevono la nostra comunicazione e ci restituiscono un feedback sotto forma di UGC (User Generated Content). La gestione di qualsiasi contenuto in una Community va portata avanti avendo ben chiaro il quadro normativo di riferimento. Siamo su una piattaforma di nostra proprietà o ad esempio siamo su Facebook? Chi è responsabile di quei contenuti agli occhi della legge? Quali sono i reati più diffusi in cui possiamo incorrere in quanto gestori? Se non conosciamo la risposta a queste domande, stiamo partendo col piede sbagliato.
  • Conoscere il “cliente”. Il cliente va inteso in senso ampio (come detto, possiamo anche lavorare per “noi stessi”, non solo per un’azienda esterna). La Community che gestiamo è solo uno dei tanti strumenti di comunicazione, a disposizione di un brand. Come tale, deve essere coerente con la sua identità. Il risultato di questo ragionamento applicato ad una community si chiama “policy “. La policy, decisa in accordo con il cliente, dovrà ispirare ogni nostra valutazione. I nostri criteri di valutazione devono tenere in considerazione le scelte strategiche del cliente rispetto all’immagine che vuole comunicare all’esterno e offrirsi come linea guida per gli utenti sin da subito. Gli utenti sono persone e come avviene nel mondo offline, quando si è ospiti di qualcuno, sono tenuti a rispettare le regole.

 

Partendo da queste considerazioni, possiamo addentrarci nelle infinite dinamiche delle Community digitali. Siete pronti?

 

 

Pubblicato il 9 aprile 2015 Articolo scritto da David Consolazio

Mobile Payment: benchmarking dei player del settore

Il mobile payment sta diventando una pratica sempre più diffusa tra consumatori ed esercenti. Soprattutto vediamo come diversi player si stanno affacciando su questo nuovo ed innovativo mercato; player di rilievo quali Google, Apple, PayPal o Ubi Banca.  L’elemento discriminante del mobile payment è l’uso dello smartphone come leva di innovazione nel processo di pagamento, indipendentemente dagli strumenti di pagamento utilizzati e dalle tecnologie di comunicazione adottate. Le App di mobile payment, per essere definite tali, devono tuttavia svolgere almeno quattro funzioni fondamentali: pagamento in prossimità, pagamento da remoto, mobile commerce e trasferimento di denaro tra dispositivi mobile.

Al fine di comprendere meglio questo fenomeno emergente abbiamo deciso, in collaborazione con il Centro Studi Etnografia Digitale,  di operare un mappatura del mercato del mobile payment attraverso un’analisi di benchmarking dei principali player del settore, analizzando i servizi offerti e le tecnologie a supporto utilizzate.

I risultati del nostro studio sono sintetizzati nell’Infografica che troverete qui sotto e nel commento analitico che segue.

 

Metodologia

I principali player del settore individuati sono undici: Apple Pay, Google Wallet, Hype, MySi, PayPal, PlainPay, Satispay, Ubi Pay, Up Mobile, WoW, 2Pay. Tali player sono stati poi catalogati in base al possesso/non possesso delle seguenti caratteristiche/funzionalità:

Mobile Remote Payment: indica la possibilità di attivare in remoto il pagamento di un bene o di un servizio attraverso un dispositivo mobile.

Mobile Commerce: indica la possibilità di effettuare attraverso dispositivo mobile la selezione e l’acquisto di un prodotto o di un servizio (selezione, acquisto, confronto di prezzi e prodotti, configurazione del prodotto ecc.) con un modello simile a quello dell’e-Commerce da PC.

Mobile Money Transfer: indica la possibilità di trasferire denaro da persona a persona, non necessariamente in seguito a procedure di acquisto/vendita.

Mobile Proximity Payment: indica la possibilità di effettuare pagamenti elettronici “di prossimità”, ovvero pagamenti per cui è necessaria una vicinanza fisica tra l’acquirente ed il venditore del prodotto/servizio acquistato (contactless).

Svincolo da Carta e Conto: indica se il servizio in esame deve necessariamente appoggiarsi a un conto corrente o ad una carta già in possesso dell’utilizzatore, o se tale servizio ne risulta svincolato, permettendo di trasferire denaro, effettuare acquisti e portare a termini pagamenti (da remoto o in prossimità) senza appoggiarsi a nessun conto e a nessuna carta.

QR Code: indica la possibilità di leggere Quick Response Code per effettuare pagamenti in prossimità o da remoto.

NFC: indica la possibilità di effettuare pagamenti in prossimità tramite Near Field Communication technology.

Cashback: indica la possibilità per l’utente di ricevere soldi reali (spendibili immediatamente) a seguito di un acquisto (da remoto o in prossimità) portato a termine con l’applicazione.

 

Analisi 

Nell’Infografica sottostante è possibile osservare la presenza o meno delle caratteristiche descritte, per ciascuno dei brand presi in considerazione.

Mobile Payment: benchmarking dei player del settore

Mobile Payment: benchmarking dei player del settore

 

Apple Pay. Il servizio è ovviamente limitato a prodotti della casa madre, ma non solo: attualmente è fruibile unicamente ai possessori di quattro device (iPhone 6, iPad Air 2, iPad mini 3, Apple Watch). Il Pagamento in prossimità è abilitato tramite NFC, la funzione commerce è utilizzabile solo per determinate mobile App, mentre la funzionalità di scambio di denaro person-to-person non è prevista. Non risulta svincolato dalle carte, dal momento che è necessario associare l’App ad un account iTunes o Passbook con una carta fisica precedentemente registrata.

2pay. 2pay è il brand che dispone di tutte le funzionalità analizzate, mancando unicamente dell’abilitazione al NFC – anche se prevede il pagamento in prossimità o da remoto tramite QR Code.  2pay è inoltre svincolato da conto corrente bancario e carte di credito ed è l’unica applicazione a prevedere un servizio di cashback.

Google Wallet. Abilitato a svolgere tutte e quattro le funzioni del mobile payment, necessita di almeno una carta prepagata da agganciare all’account per usufruire dei servizi. Lo scambio di denaro tra privati non avviene tramite SMS come per le altre applicazioni, bensì via Gmail. I pagamenti contactless si effettuano tramite NFC.

Hype. Invio di denaro gratuito e pagamenti a distanza sono i punti forti del servizio, congiuntamente al fatto di essere l’unico player, insieme a 2pay, ad essere realmente svincolato da carte e conti. Tramite Hype però non è possibile effettuare pagamenti in prossimità: il servizio non risulta infatti abilitato né alla tecnologia NFC né a quella QR Code. Per ovviare a questa mancanza l’utente viene fornito di una carta di pagamento fisica dotata di chip NFC per acquisti contactless, i quali risultano in questo modo svincolati dal device mobile.

MySi. L’App permette di effettuare pagamenti in prossimità con NFC, o a distanza con QR code o codice web, risultando di fatto l’unica App tra quelle analizzate ad essere abilitata ad entrambe le tecnologie, seppur con scopi diversi. Non prevede tuttavia né acquisti online (ad eccezione delle ricariche) né trasferimento di denaro tra privati. Richiedendo inoltre una carta di credito per usufruire dei servizi non ne risulta quindi svincolata.

PayPal. PayPal è senz’altro il leader indiscusso del pagamento da remoto, soprattutto grazie alle partnership con Ebay e Amazon. Il servizio richiede commissioni abbastanza elevate (0,35€ di costo fisso a transazione + percentuali scalabili in base all’entità dell’importo versato fino al 3,4%) e non è abilitato ai pagamenti in prossimità (non fa uso né di NFC, né di QR code).

PlainPay. Il sito non è molto esplicativo, ma si evince che l’App non ha alcuna sezione di commerce dedicata, mentre è incentrata sul trasferimento di denaro tra privati e sul pagamento sia a distanza che in prossimità tramite QR code (o in alternativa barcode e Data Matrix). Non è svincolata da conto corrente e carte di credito, dal momento che uno dei claim principali è quello di agire come strumento di completa interazione con la banca, permettendo di prelevare senza bancomat e di gestire l’Home Banking tramite la funzione di token.

Satispay. Sebbene dichiari anche la possibilità di effettuare e ricevere pagamenti, questi non possono essere definiti propriamente “in prossimità”, dal momento che non si fondano su nessuna delle tecnologie che qualifica tale categoria di pagamento (NFC, QR, Data Matrix), bensì su un semplice invio di denaro. Per gli esercenti la ricezione dei pagamenti è gratuita fino a transazioni inferiori a € 10, mentre assume un costo fisso di € 0,20 per importi superiori. Invio e ricezione di denaro tra privati sono completamente gratuiti. Necessita di un conto corrente bancario o alternativamente di una carta con IBAN per poter essere utilizzato.

Ubi Pay. Applicazione che si sta promuovendo anche attraverso canali tradizionali (spot TV), utilizza tecnologia NFC per i pagamenti in prossimità. È abilitata al trasferimento di denaro (eventuali costi non sono menzionati) e si appoggia al circuito MasterPass per il lato commerce.  È dedicata esclusivamente ai possessori di un conto corrente UBI Banca o di almeno una carta prepagata Enjoy, in abbinamento al servizio di internet banking Qui UBI. Necessità di installare l’applicazione Tim Wallet per supportare i pagamenti contactless.

Up Mobile. Il punto di forza di quest’App risiede nelle funzioni di mobile commerce, permettendo il pagamento a distanza di bollettini postali, mezzi pubblici, parcheggi. Interessante anche il claim “salta le file”: con l’App è possibile acquistare biglietti per cinema o concerti inquadrando il QR code sui manifesti. Sempre con il QR code è possibile portare a termine acquisti in prossimità o pagare su uno dei 4.000 siti di e-Commerce convenzionati.  Il trasferimento di denaro person-to-person non è previsto.

WoW. L’applicazione non risulta abilitata al pagamento contactless e si appoggia a PayPal per quanto riguarda il trasferimento di denaro tra privati, prevedendo per questo dei costi per le operazioni (gratuite fino al 10 Aprile se si collegano carte CheBanca!). Nell’area commerce emerge la possibilità di pagare bollettini, bollo auto, abbonamenti per trasporti pubblici, canone RAI, Mediaset Premium ed effettuare ricariche telefoniche, il tutto appoggiandosi al circuito Masterpass con pagamento tramite QR code.

 

Considerazioni 

Alla luce dell’analisi delle singole applicazioni di Mobile Payment e dei servizi da esse offerti emerge come tutte abbiano la funzione di Mobile Remote Payment e tutte, ad esclusione di MySi e PlainPay, abbiano integrata la funzione di Mobile Commerce. Le uniche App che presentano le quattro funzioni principali del Mobile Payment sono 2pay, Google Wallet e Ubi Banca. La tecnologia NFC, quando presente, si sostituisce al QR Code, tranne nel caso di MySi. Ad oggi invece gli unici player che consentono un servizio di Mobile Payment svincolato da conto corrente o carta sono: 2pay e Hype. L’unica App che integra la funzione Cash Back è 2pay.

 

Questa è la mappatura del mercato del mobile payment, nel prossimo post vi parleremo dei temi emergenti afferenti il nuovo metodo di pagamento, rilevati all’interno delle discussioni online attraverso la Content Analysis.

Appuntamento al prossimo post!

Pubblicato il 3 aprile 2015 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Come usare i social media per lanciare una startup (e coinvolgere gli influencer): il workshop tenuto alla #BattleMI

Quando si fa il lavoro che faccio io, può capitare di essere chiamati a tenere uno speech per condividere la propria esperienza durante una giornata di formazione. Questo recentemente è accaduto durante La Battaglia delle Idee 2015, evento organizzato da Ninja Marketing, di cui Viralbeat è stata partner per la terza volta. La #BattleMI di quest’anno è stata il main event del Global Entrepreneurship Congress 2015 e si è articolata in una due giorni di formazione e networking, conclusasi poi con la battaglia a suon di rap degli startupper.

I “cugini” (nonché ex colleghi) della Ninja Academy mi hanno chiesto di spiegare in 45 minuti come si possono usare i social media per lanciare una startup: devo dire che non è stato semplice riassumere una materia così vasta in poco tempo, ma ci ho provato. Per chi non era presente, ma anche per qualcuno che era presente e vuole rinfrescare i concetti, ecco una sintesi del mio intervento.

Hai fondato una startup. E adesso?

Non può esserci un valido approccio pratico senza un’adeguata base di teoria. E quindi rispolveriamo un attimo il concetto (per la verità già citato nel lontano 1999 dal Cluetrain Manifesto) che una volta entrati sul mercato, si diventa inevitabilmente parte delle conversazioni che lo compongono.

Analizza!

La stragrande maggioranza delle opinioni postate dagli utenti sono spontanee, in particolar modo quelle sui social network, e questo le rende importantissime perché possono essere analizzate e comprese.

Come usare i social media per lanciare una startup_01

Quindi si possono capire meglio diversi elementi fondamentali: ad esempio se qualcuno parla già del nostro brand, in quali luoghi della Rete se ne parla e in che termini (positivi o negativi), ma anche chi ascolta noi o i nostri competitor, e quindi qual è potenzialmente il nostro pubblico ideale.

Come usare i social media per lanciare una startup_02

Una volta ottenuti questi dati, siamo pronti a relazionarci con le persone all’ascolto, a patto di avere seriamente qualcosa da dire, si capisce. Ora ci servono “solo” 4 cose: tanta qualità per i contenuti, il giusto tempismo, un piano editoriale e la possibilità di analizzare i risultati di quello che facciamo.

Come usare i social media per lanciare una startup_03

Una breve parentesi sulla qualità dei contenuti: non bisogna dire più del necessario, e cercare sempre di restituire valore a chi compie uno sforzo (anche solo in termini di tempo) per leggere i nostri contenuti. Solo in questo modo si può ottenere un coinvolgimento vero dell’utente, e poco male se bisogna investire un po’ di budget per rendere i contenuti più visibili. Alla lunga, e soprattutto se svolta con criterio, la promozione porta solo benefici.

È chiaro anche che ogni canale ha delle caratteristiche che lo rendono unico rispetto agli altri, e che richiedono dei contenuti adattati alle singole peculiarità.

Dopo aver iniziato, chiaramente, si deve sempre monitorare il rendimento delle azioni che si svolgono, perché senza tanta pratica non si arriva da nessuna parte. Le parole d’ordine sono tentare, misurare, ottimizzare. Potete partire dalle sezioni analytics offerte nativamente dalle varie piattaforme, ma ci sono tanti tool per approfondire (di cui parleremo in separata sede).

Chiudo con un canale che si può definire indiretto, ma che non è assolutamente da sottovalutare, specialmente se dovete lanciarvi sul mercato e farvi conoscere: coltivate le relazioni con le personalità!

Come usare i social media per lanciare una startup_04

Gli influencer sono come gli unicorni: creature difficilissime da trovare, ma con una certa magia.Chi, infatti, meglio di una persona che già parla di quello che succede nel vostro settore, ed è esperta in materia, per portare il vostro messaggio all’attenzione di un pubblico già in target? È chiaro che bisogna fare le cose per bene, con una corretta strategia di contatto e, quando serve, anche un’equa ricompensa.

Manca solo il ringraziamento al pubblico per avermi ascoltato, e l’invito a farmi delle domande se ne avete. Potete scrivere nei commenti a questo post, oppure contattarci su Twitter e Facebook.

Pubblicato il 6 marzo 2015 Articolo scritto da Rosaria Toriello

Viralbeat alla BattleMI #GEC2015

BattleMI

Viralbeat anche quest’anno è partner de La Battaglia delle Idee. L’evento organizzato da Ninja Marketing e Ninja Academy, dedicato a startupper e innovatori, dopo il successo delle due precedenti edizioni di Napoli e Salerno, sbarca a Milano, al MiCo, il 18 Marzo 2015.

La #BattleMI sarà il main event del GEC, il Global Enterpreneurship Congress, il più importante evento internazionale sull’imprenditoria innovativa, che per la prima volta quest’anno si tiene in Italia.

Come accaduto nelle precedenti edizioni, durante La Battaglia delle Idee ci saranno dei momenti utili per fare networking e aiutare gli startupper ad orientarsi e creare nuove connessioni, oltre a dei workshop formativi completamente gratuiti aperti a tutti.

Il 17 Marzo alle ore 11:00 interverrà il nostro Digital Strategist Luigi Ferrara, con il workshop “How to use Social Media to launch your startup (and engage influencers)”, in cui spiegherà le azioni digital e social indispensabili da compiere nella fase di lancio di un’impresa e indicherà gli strumenti più importanti da utilizzare.

Iscriviti gratuitamente su Eventbrite per assistere alla #BattleMI e seguire i workshop in programma. Salva sul tuo Google Calendar il nostro workshop del 17 Marzo.

Se, invece, vuoi candidare la tua startup alla #BattleMI compila il form di iscrizione sul sito www.battagliadelleidee.it, entro il 10 Marzo.

Non perdere l’occasione unica di salire sul palco del Global Entrepreneurship Congress per la pitch competition a suon di musica rap.

Il vincitore della #BattleMI porterà a casa tool e strumenti utili per la crescita della  sua startup, tra i quali una consulenza di Viralbeat in Social Media Marketing.

Ci vediamo alla #BattleMI!

 

Pubblicato il 23 febbraio 2015 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Guida alla lettura dei Facebook Insights – Parte 2

Guida alla lettura dei Facebook Insights – Parte 2

Nella prima parte della guida alla lettura dei Facebook Insights ci eravamo lasciati ai dati esportati al livello della Pagina.

Per quanto approfonditi e dettagliati anche a livello temporale, sono sempre dati aggregati della pagina, e conteggiano comunque una somma di diverse parti,  essendo riferiti a tutti i post pubblicati nell’unità temporale considerata, sia essa mese, settimana, giorno oppure ora.

Gli Insight di Facebook, per fortuna, ci permettono di andare più a fondo e avere i dettagli di ogni singolo post. Scaricare questo secondo report è importante anche perché può farci capire meglio diversi elementi, ad esempio sul funzionamento dell’algoritmo che gestisce la visibilità dei post, oppure su dei valori aggregati che troviamo nel report “grafico” sulla Pagina (per esempio il famoso PTA).

Il report dettagliato sui post dei Facebook Insights

Come per il report principale, per scaricare il file in formato Excel o csv basta cliccare in alto a destra, impostare l’intervallo di tempo che si vuole analizzare e selezionare “post level”.

All’apertura ci troviamo davanti un’altra bella quantità di fogli elettronici e numeri: nelle prime colonne di tutti i fogli troviamo sempre l’ID associato al post, il suo permalink, il testo, la tipologia (foto, link, status, video, ecc.), l’eventuale target e la data e ora in cui è stato postato. Nelle successive troviamo le statistiche vere e proprie.

Il primo foglio contiene le “Key metrics”, i dati salienti:

– È interessante riuscire a distinguere puntualmente tra portata (numero di utenti unici raggiunti dal post) e impression (numero di visualizzazioni del post), e li troviamo suddivisi tra organici e paid. Inoltre viene chiarito il fatto che Facebook conteggia anche i momenti in cui il post appare nel ticker delle notizie in alto a destra;

– Un’altra distinzione è tra engagement (numero di utenti che hanno cliccato in un punto qualsiasi del post) e consumption (numero di clic totali);

– Altro dato interessante è il numero di feedback negativi (cioè quando un post viene nascosto o un utente smette di seguire la pagina) ricevuti da ciascun post, seguito subito dal nuero di utenti che li hanno espressi;

– Andando avanti ci viene fornito il dato di impression, utenti unici raggiunti ed engagement riferito soltanto alle persone che seguono la pagina;

– Infine le statistiche sui video, che dopo l’implementazione dei Facebook Ads specifici per i video sono disponibili anche in un report a sè stante.

I fogli successivi, com’era anche per il report a livello Pagina, approfondiscono i dati del primo suddividendoli per tipologie. Quindi troviamo:

– Tutto quello che volevate sapere sul PTA: il numero di utenti unici che hanno generato una storia tramite un’interazione, o il numero di storie generate a partire dai post della pagina, suddivisi per tipologia (like, share, commenti);

– Il numero di utenti unici che hanno cliccato e il numero di clic sui post divisi per tipologia: apertura dell’immagine o clic su un eventuale link;

– Il numero di feedback negativi e il numero di utenti unici che li hanno generati, sempre divisi per tipologia.

 Il report per i post Video

I video sono di gran lunga il tipo di contenuto più performante del momento, tanto che Facebook ha deciso di offrire anche un report a parte oltre a quello menzionato poco più su negli Insights a livello post.

Questo report vi dà accesso a diversi tipi di misurazione del rendimento dei video, più o meno approfonditi e più o meno rilevanti. Sul primo foglio, ad esempio, ci sono i dati aggregati di impression, portata e visualizzazioni, più quelli riferiti agli utenti unici.

È doveroso precisare che i dati aggregati delle visualizzazioni conteggiano tutti i video guardati per almeno 3 secondi e quelli solo di passaggio nel feed: proprio per questo, Facebook ci comunica le stesse tre metriche riferite anche ai video guardati almeno per 30 secondi o al 95% della durata.

Di nuovo, le metriche principali vengono approfondite nei dettagli:

– Metriche suddivise tra AutoPlay e Click to Play;

– Suddivisione tra paid e organico;

– Il numero di visualizzazioni per percentuale di durata (sia autoplay che click to play);

– Numero di clic;

– PTA: storie, interazioni, feedback.

A questo punto conoscete la teoria, e siete pronti per analizzare nella pratica i dettagli dei vostri Insight di Facebook.

Posso solo rinnovarvi l’invito a condividere le vostre osservazioni o, nel caso le abbiate, fare tutte le domande che volete. Buona condivisione!

Pubblicato il 9 febbraio 2015 Articolo scritto da Staff Viralbeat

Lavora con noi: Viralbeat cerca Digital Strategist Junior

Lavora con noi: Viralbeat cerca Digital Strategist Junior

Descrizione del lavoro e caratteristiche

Viralbeat è alla ricerca di un/a Digital Strategist Junior che affianchi una figura Senior nella sede di Salerno (SA).
Il/la candidato/a collaborerà nell’elaborazione delle strategie digitali e nella produzione dei documenti di presentazione per i clienti.

PERSONAL & PROFESSIONAL SKILLS:
– formazione in area umanistica o comunicazione/marketing;
– ottime capacità relazionali e comunicative;
– ottime capacità di scrittura;
– capacità di problem solving;
– capacità di lavorare in team e in modo indipendente;
– capacità di lavorare sotto pressione;
– ottima padronanza della lingua inglese;
– esperienza pregressa nel settore o in agenzie di comunicazione;
– conoscenza degli strumenti di base di web analytics e web monitoring;
– conoscenza delle logiche SEO e dei principali strumenti di online ADV;
– ottima conoscenza del pacchetto Microsoft Office e di Keynote.

Cerchiamo una persona curiosa, creativa, precisa, con voglia di crescere e con una forte passione per il web, il mondo dei social e della comunicazione.

Il tipo di collaborazione, la durata e il compenso saranno da concordare in base alle competenze del candidato selezionato.

Inviare le proprie candidature a chiara.puglia[@]viralbeat.com specificando nell’oggetto “Candidatura: Digital Strategist Junior”.

Pubblicato il 4 febbraio 2015 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Guida alla lettura dei Facebook Insights – Parte 1

Guida alla lettura dei Facebook Insights - Parte 1 Chiunque gestisca una pagina Facebook deve, prima o poi, confrontarsi con la lettura e l’analisi dei risultati dell’attività.

Tante volte andiamo alla ricerca di software, strumenti e tool per aiutarci nel lavoro. E in effetti esistono innumerevoli tool più o meno validi (e più o meno gratuiti) per analizzare la gigantesca quantità di dati che raccoglie la piattaforma di Facebook sull’andamento delle pagine e dei vari contenuti postati. Se alla gestione ordinaria è affiancata un’attività di promozione tramite advertising il numero di dati (ma anche di tool utilizzabili) aumenta.

Non dimentichiamo, però, che l’unica fonte di dati ufficiali, e probabilmente anche la più completa sia per varietà che per dettaglio, è proprio la sezione Insights della Pagina che possiamo trovare su Facebook stesso.

Dicendo Facebook Insights non mi riferisco solo a quello che trovate rappresentato numericamente e graficamente nelle varie sezioni degli Insights: il tesoro vero lo trovate nell’export dei dati “grezzi”, che contiene una mole davvero impressionante di informazioni. Se utilizzate e interpretate nel modo giusto, forse si può addirittura fare a meno di tutto il resto.

Potrete arrivare a sapere quanti utenti erano attivi o hanno interagito con un post a una determinata ora di un determinato giorno, e anche se l’hanno fatto con atteggiamento positivo o negativo. Insomma, informazioni fondamentali, e molto più dettagliate rispetto a quelle che trovate nei Facebook Insights normali, per ottimizzare i piani editoriali e gli investimenti in advertising.

Anche se all’inizio potrebbe sembrare più complicato, vi assicuro che vale assolutamente la pena di imparare a conoscerli. Anche perché, dopo aver fatto un po’ di conoscenza con questo formato di dati non lavorati, potete isolare le informazioni che vi servono e costruire dei grafici personalizzati, slegandovi da quelli di Facebook, che a volte possono risultare limitanti.

Guida all’export dei dati

Andiamo per ordine: come si scarica l’export dei dati? Prima di tutto impostate la lingua di Facebook in inglese, poi accedete agli Insights della vostra Pagina e cliccate su “Export” nella barra in alto. A questo punto siete davanti a una scelta: potete scaricare i dati a livello di pagina, a livello di singoli post e anche i dati riguardanti soltanto i video (formato che Facebook sta spingendo tantissimo).

Guida alla lettura dei Facebook Insights - Parte 1

Una volta scaricati tutti e tre i file vi troverete davanti a decine e decine di fogli elettronici. Non fatevi prendere dal panico, è meno complicato di quanto può sembrare.

Facebook Insights: Pagina

Primo foglio: Key Metrics

Il primo foglio è abbastanza esplicativo già dal nome: si chiama Key Metrics, e contiene proprio un riassunto di tutti i valori più importanti riguardo la performance generale della pagina, il comportamento degli utenti che la seguono e i contenuti.

Oltre agli indicatori che si trovano anche nei grafici, quindi andamento dei Like, utenti raggiunti e dati di engagement, troviamo i dati di portata e impression (sia organica che a pagamento) dei post calcolati per ora, giorno, settimana e mese.

Ancora, nello stesso foglio troviamo i dati di “consumption”, cioè quanti utenti hanno interagito con un post della pagina da un qualunque luogo interno a Facebook (comprese altre pagine, profili di amici, newsfeed e tutto il resto) ogni ora, giorno, settimana o mese.

Continuando, possiamo scoprire quanti utenti (e in quale giorno) hanno espresso un feedback negativo verso la pagina, ad esempio nascondendo un post o non seguendo più la pagina.

Infine troviamo il numero di utenti attivi ogni giorno tra quelli che seguono la pagina (banalmente hanno messo Like).

Se la pagina è registrata come luogo, ci sono anche dati sui check-in da desktop e mobile.

Nei circa 60 fogli successivi troviamo un approfondimento di tutte le metriche di cui sopra, con i dati “esplosi” in modo da avere più dettagli possibile. Non parleremo di tutti e 60 chiaramente, ma andiamo a spiegare in breve cosa si può trovare nei più importanti.

Daily Like Sources: con i dati presenti in questo foglio possiamo capire da dove provengono i Like alla pagina giorno per giorno: da siti esterni o da mobile, dalla pagina stessa o dalle pagine suggerite.

Nei successivi troviamo vari dati riferiti a ogni ora, giorno, settimana e mese:

Frequenza totale della pagina:  il numero di volte che un utente ha visualizzato una notizia relativa alla Pagina nel periodo di tempo considerato;
Frequenza dei post: il numero di volte che un utente ha visualizzato un post della pagina nel periodo di tempo considerato;
People Talking About: il numero di persone che hanno eseguito una azione qualsiasi con la pagina nel periodo di tempo considerato;
Page Stories by story: numero di notizie generate riguardanti la pagina, suddivise per tipologia. Sapremo quindi in dettaglio il numero di checkin, offerte, domande e azioni delle persone che sono state visualizzate da un altro utente nel periodo di tempo considerato;
People who interacted: numero di utenti che hanno interagito con un qualsiasi contenuto postato dalla pagina, suddiviso per tipologia di interazione;
Consumption by tipe:  numero di clic dagli utenti suddivisi per tipologia di contenuto.

Proseguendo, troviamo i dati aggregati divisi per genere, fascia di età, nazione, città di provenienza e lingua, distribuiti sui vari periodi di tempo considerati:

- Like;
- Portata;
- PTA;
- Checkin sia da desktop che da mobile.

Dulcis in fundo, l’algoritmo di Facebook riesce a riconoscere i feedback positivi e negativi nei testi condivisi dagli utenti insieme ai contenuti e li divide per tipologia: risposte, richieste dell’offerta in corso, commenti, like, condivisione di link, partecipazione agli eventi.

L’ultimo foglio di questo lunghissimo elenco rappresenta quanti utenti che seguono la pagina sono attivi su Facebook durante ogni ora del giorno.

Rimandiamo gli export a livello di post e video a un secondo post, ma intanto fateci sapere se questo vi è risultato utile. Anche le domande e le critiche costruttive, come sempre, sono ben accette.

Pubblicato il 27 gennaio 2015 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Influencer marketing: falsi miti e l’importanza di essere trasparenti

Influencer marketing: l'importanza di essere trasparenti

L’influencer marketing è vecchio più o meno quanto il marketing, ma da quando esistono i social media le attività diventano sempre più borderline.

In alcuni paesi l’utilizzo degli influencer nelle campagne di marketing è regolato da leggi apposite: come minimo è previsto che qualsiasi accordo economico tra le parti sia sempre esplicitato. Addirittura molte agenzie, in mancanza di direttive specifiche, hanno adottato delle linee guida comuni (come inserire gli hashtag #sponsored e #advertisement alla fine di tutti i post).

Però c’è ancora chi fa il furbo, soprattutto ora che il focus si sta spostando sul native advertising: se i post sponsorizzati sono diventati pratica comune e non vengono più trattati come tabù, i contenuti prevalentemente visual (come le foto postate su Instagram e i video su YouTube) appartengono ad aree più “grigie”, e dunque sono anche più difficili da controllare.

Per esempio, a novembre scorso alcuni video su YouTube dei famosissimi “Dan and Phil” sono stati rimossi su ordine dell’Authority sulla Pubblicità del Regno Unito perché non dichiaravano esplicitamente di essere realizzati per conto di un noto brand di biscotti.

Ancora, la recente campagna di una casa di make-up giapponese che aveva per protagonisti dei selfie di Lady Gaga sta facendo discutere tantissimo, perché sebbene la campagna sia stata mostrata solo in Giappone (dove il brand era autorizzato), le stesse foto sono state postate sul profilo Instagram dell’artista, e quindi esposte ai suoi milioni di follower da tutto il mondo. Per di più, senza menzionare che erano parte di una campagna pubblicitaria.

Una foto pubblicata da @ladygaga in data:

Il problema della poca trasparenza in realtà è presente da sempre, dove c’è controversia c’è sempre qualcuno pronto ad approfittarne. Ma forse è tutto basato su alcune concezioni sbagliate:

1- Dichiarare esplicitamente di aver ricompensato economicamente alcune persone per promuovere un prodotto può essere dannoso;
2- Agire senza esporre il brand conferisce un aspetto più autentico ai contenuti;
3- Coinvolgere persone che possono generare grandi numeri assicura il successo della campagna, ma queste persone non vogliono associarsi direttamente ai brand.

Nessuna delle tre può essere corretta per tutta una serie di motivi, forse potevano essere punti validi qualche anno fa (circa dieci), quando il passaparola online si generava a colpi di infiltration nei forum e seeding a tappeto, e le collaborazioni tra brand e influencer non erano ancora molto diffuse.

Anche sul puntare a numeri elevati si può discutere, perché ci sono svariati elementi da valutare. Immaginiamo di coinvolgere un personaggio con un pubblico potenziale di 50mila persone: saranno le persone giuste, quelle che possono davvero portare i risultati sperati alla nostra campagna di Digital PR (e perché no, ricavarne valore a loro volta)?

Ci servono davvero 50mila persone? Oppure sarebbe stato più efficace raggiungerne dieci volte meno, ma tutte realmente interessate all’iniziativa? Senza contare che spesso, specialmente quando si ha a che fare con un mercato di nicchia, è oggettivamente difficile raggiungere risultati elevati in termini numerici. Insomma, molte, moltissime variabili.

L’unica cosa certa è che l’autenticità (e una maggiore qualità) non può esistere senza onestà e trasparenza. Tante volte sono sufficienti pochi minuti, il tempo di fare un paio di ricerche incrociate su Google, per capire chi collabora con chi, quindi la soluzione ideale è dichiararlo esplicitamente, o quantomeno contrassegnare i contenuti “sponsorizzati” come tali. La poca trasparenza può facilmente esporre il brand a controversie, peggiorando la sua percezione da parte degli utenti, causando diffidenza o addirittura una vera e propria crisi.

Pubblicato il 21 gennaio 2015 Articolo scritto da Staff Viralbeat

Workshop di Viralbeat a Happyc – Felici, Epici, Innovatori

Workshop di Viralbeat a Happyc - Felici, Epici, Innovatori

Chi ha detto che nel Sud Italia non ci sono eventi digital interessanti?

È tutto pronto per “Happyc – Felici, Epici, Innovatori…” l’evento curato cura dell’associazione “In Nova Terra” e dedicato all’innovazione e al coraggio di fare impresa in Calabria (e non solo), che avrà luogo il 23 e il 24 gennaio ad Amantea, presso il Campus Francesco Tonnara.

Sarà una due giorni per “fare rete” ed essere tutti insieme epici, felici e innovatori, ognuno nella propria realtà. Un’occasione per fare il punto sullo stato dell’innovazione digitale, confrontando idee e proposte.

Quando si parla di innovazione e di digital, Viralbeat non può mancare!

Luigi Ferrara, Digital Strategist e Rosaria Toriello, Social Media Manager terranno un workshop sabato pomeriggio, dedicato a tutte le aziende che vogliono scoprire come migliorare la propria reputazione sul Web e come utilizzare i Social Media per migliorare la propria brand identity, promuovere i propri prodotti e costruire relazioni con gli utenti.

Durante il workshop saranno presentate case history e saranno descritte best practice strategiche ed operative, mirate a fare del Web la propria isola felice.

Che fate, passate a trovarci? Al termine del workshop vi aspetta anche la finale e la premiazione dei Calabria Web Awards.

Vi aspettiamo!

Per tutte le info sull’evento potete consultare il sito http://happyc.innovaterra.org/ , per conoscere gli altri ospiti e il programma invece potete leggere la locandina qui sotto.

Workshop di Viralbeat a Happyc - Felici, Epici, Innovatori

Pubblicato il 9 gennaio 2015 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Le 121 tesi del nuovo Cluetrain Manifesto tradotte in italiano

Le 121 tesi del nuovo Cluetrain Manifesto tradotte in italiano

Sono passati 16 anni dal primo Cluetrain Manifesto. Erano gli albori di un periodo bellissimo, durante il quale abbiamo arricchito Internet fino a farlo diventare la fonte inesauribile di qualunque cosa (informazioni, contenuti, sapere, barzellette, e quant’altro) che è oggi.

Proprio in questi giorni molto difficili per la libertà di espressione, gli stessi autori del Cluetrain Manifesto originario ne hanno pubblicata una versione aggiornata, ma sempre basata sulla tesi originale: i mercati sono conversazioni, e queste conversazioni devono essere più autentiche possibile.

Questo nuovo Manifesto, contenente 121 tesi, qualcuna in più del primo, ci mette in guardia dai pericoli di Internet, ma ci dice anche che la Rete è forse la cosa (utilizzo volutamente questo termine generico, perché non è classificabile come strumento o come oggetto) più bella che potesse capitarci. La versione originale è consultabile sul sito di Cluetrain.

Nello spirito di condivisione che ci dovrebbe contraddistinguere ho voluto tradurle in italiano tutte e 121 per chi non ha molta dimestichezza con l’inglese. Sicuramente verrà una versione ufficiale dopo la mia, ma nel frattempo credo di aver reso l’idea abbastanza bene. Correggetemi pure se ritenete che abbia sbagliato in qualche punto.

Buona lettura, e soprattutto buona riflessione!

1: Internet non è fatto di fili di rame, fibra di vetro, onde radio, o tubi.
2: I dispositivi che usiamo per connetterci a Internet non sono Internet.
3: I vari provider di servizi non sono i proprietari di Internet. Facebook, Google e Amazon non sono i monarchi della Rete, e nemmeno i loro algoritmi. Nessun Governo o Ente Commerciale sulla Terra ha il consenso degli utenti di utilizzare la Rete come un sovrano.
4: Internet è un bene comune di tutti.
5: Tutto il valore di Internet deriva da noi e da ciò che abbiamo costruito con esso.
6: La Rete è di noi, da noi, e per noi.
7: Internet è nostro.
8: Internet non è più materiale della gravità. Entrambe le cose ci tengono uniti.
9: Internet non esiste. Alla base di esso c’è una serie di accordi, che i più smanettoni di noi (lunga vita a loro) chiamano “protocolli”, ma che noi potremmo chiamare, con lo spirito di oggi, “comandamenti”.
10: Il primo di questi è: La tua rete sposterà tutti i pacchetti verso le loro destinazioni senza agevolarli o ritardarli in base a origine, fonte, contenuto o intento.
11: Questo primo comandamento rende Internet aperto a qualunque idea, applicazione, impresa, missione, vizio, e quant’altro.
12: Non abbiamo uno strumento con un fine così generale da quando è stato inventato il linguaggio.
13: Questo vuol dire che Internet non ha un fine specifico. Nè per i social network, nè per i documenti, nè per la pubblicità, nè per il commercio, nè per l’istruzione, nè per il porno, nè per tutto il resto. E’ progettato specificamente per tutte le cose.
14: Ottimizzare Internet per un solo scopo lo de-ottimizza per tutti gli altri.
15: Internet come la gravità attrae tutto indiscriminatamente. Tiene insieme tutte le cose, quelle virtuose come quelle malvagie.
16: Si trovano degli ottimi contenuti su Internet, ma per la barba di Merlino, Internet non è fatto di contenuti.
17: La prima poesia di un adolescente, la rivelazione di un segreto tenuto a lungo, un disegno fatto da una mano paralizzata, il post su un blog in un regime che odia il suono della voce del suo popolo – nessuna di queste persone l’ha fatto con l’intento di creare un contenuto.
18: Abbiamo usato la parola “contenuto” senza virgolette? Ci sentiamo molto sporchi.
19: La Rete non è un mezzo più di quanto lo sia la conversazione.
20: Sulla rete, il mezzo siamo noi. Siamo noi a trasmettere i messaggi. Lo facciamo ogni volta che postiamo o retwittiamo, inviamo un link tramite email, o lo postiamo sui social network.
21: A differenza di un mezzo, voi e io lasciamo un’impronta, e a volte il segno dei denti, sui messaggi che trasmettiamo. Diciamo alle persone perché li stiamo inviando. Ne discutiamo. Aggiungiamo una battuta. Tagliamo una parte che non ci piace. Rendiamo nostri questi messaggi.
22: Ogni volta che trasmettiamo un messaggio tramite la Rete, porta con sè un pezzetto di noi stessi.
23: Trasmettiamo un messaggio attraverso questo “mezzo” solo se lo riteniamo importante in uno degli infiniti modi in cui gli esseri umani tengono a qualcosa.
24: Tenere a qualcosa – e contare qualcosa – è la forza motrice di Internet.
25: Nel 1991, Tim Berners-Lee usò la Rete per creare qualcosa da regalare a tutti noi: il World Wide Web. Grazie.
26: Tim ha creato il Web implementando dei protocolli (riecco quel termine!) che dicono come scrivere una pagina che può collegarsi a qualunque altra pagina senza dover chiedere il permesso a nessuno.
27: Boom. Nel giro di 10 anni sono nate miliardi di pagine sul Web – uno sforzo comune nell’ordine di grandezza di una Guerra Mondiale, e così a fin di bene che il problema più grande era il tag.
28: Il Web è un regno incredibilmente grande, semi-persistente, di oggetti riconoscibili tramite le loro fitte inter-connessioni.
29: Sembra familiare. Ah giusto, è la stessa definizione di mondo.
30: Diversamente dal ondo reale, ogni oggetto e ogni connessione sul Web è stata creata da qualcuno di noi per esprimere un interesse e un’ipotesi su come quei piccoli pezzi si incastrano.
31: Ciascun link postatoda una persona che aveva qualcosa da dire è un atto di altruismo e generosità, che invita i lettori a lasciare la nostra pagina per vedere com’è il mondo agli occhi di un’altra persona.
32: Il Web ricostruisce il mondo in base alla nostra immagine collettiva.
33: E’ importante vedere e fare tesoro dei dialoghi, le amicizie, le migliaia di atti di simpatia, gentilezza, e gioia che possiamo incontrare su Internet.
34: Eppure le parole “frocio” e “negro” vengono dette molto più in Rete che fuori.
35: Demonizzare “loro” – le persone con aspetto, lingua, opinioni, appartenenze e altre classificazioni che non comprendiamo, non ci piacciono o non tolleriamo – è più grave che mai su Internet.
36: Le donne in Arabia Saudita non possono guidare? Nel frattempo, la metà di noi non può dire qualcosa in Rete senza guardarsi alle spalle.
37: L’odio è presente sulla Rete perché è presente nel mondo, ma la Rete rende più semplice esprimerlo e ascoltarlo.
38: Soluzione: se avessimo una soluzione, non vi faremmo sorbire tutte queste cacchio di tesi.
39: Si può dire questo: l’odio non ha dato vita alla Rete, ma in cambio limita la Rete e anche noi.
40: Almeno riconosciamo i valori intrinsechi della Rete. I valori umani.
41: Vista dall’esterno la Rete è solo tecnologia. Ma è popolata da creature che si accendono quando tengono a qualcosa: le loro vite, i loro amici, il mondo che condividiamo.
42: La Rete ci offre un luogo comune dove essere noi stessi, insieme ad altri che sono felici nell’essere diversi.
43: Nessuno è proprietario di quel luogo. Tutti possono usarlo. Chiunque può migliorarlo.
44: Ecco cos’è Internet aperto. Sono state combattute guerre per molto meno.
45: Il mondo ci si presenta davanti come un buffet, ma noi mangiamo comunque la solita bistecca con patate, agnello e hummus, pesce e riso, e quant’altro.
46: In parte lo facciamo perché la conversazione richiede un elemento in comune: linguaggio, interessi, norme, comprensione. Senza questi, è difficile o addirittura impossibile portare avanti un dialogo.
47: Gli elementi in comune creano tribù. La superficie della Terra teneva a distanza le tribù, permettendo loro di sviluppare molte diversità. Che bello! Le tribù hanno creato “Noi contro Loro” e la guerra. Che bello? Mica tanto.
48: Su Internet, la distanza tra le tribù inizia da zero.
49: A quanto pare sapersi trovare interessanti a vicenda non è facile quanto sembra.
50: E’ un ostacolo che possiamo superare essendo aperti, comprensivi, e pazienti. Ce la possiamo fare! Siamo i numeri 1!
51: Essere ospitali: ecco un valore che la Rete deve imparare dalle migliori culture del mondo reale.
52: La prima volta avevamo ragione: i mercati sono conversazioni.
53: La tua azienda che costringe qualcuno a fare l’imbonitore per un prodotto (di cui non vogliamo sentir parlare) non è una conversazione.
54: Se vorremo sapere la verità sui tuoi prodotti, la scopriremo parlando tra noi.
55: Ci rendiamo conto che queste conversazioni siano preziosissime per te. Peccato. Sono nostre.
56: Sei il benvenuto se vuoi unirti alla nostra conversazione, ma solo se ci dici per chi lavori, e se sai ragionare con la tua testa.
57: Ogni volta che ci chiamate “consumatori” ci sentiamo come mucche che cercano il significato della parola “carne”.
58: Smettete di scavare nelle nostre vite per estrarre dati che non vi riguardano e che le vostre macchine interpretano in modo sbagliato.
59: Non preoccupatevi: vi diremo noi quando vorremo acquistare qualcosa. A modo nostro. Non a modo vostro. Fidatevi, sarà meglio anche per voi.
60: Le pubblicità che sembrano autentiche ma vengono dall’intestino irritabile del vostro reparto marketing, sporcano il tessuto del Web.
61: Quando personificare qualcosa è inquietante, è un buon segnale che non capite cosa vuol dire essere una persona.
62: Personale è umano. Personificare no.
63: Più le macchine sembrano umane, più scivolano verso un luogo che sembra il teatro degli orrori.
64: Inoltre: per favore smettete di travestire le pubblicità da notizie nella speranza che non ci accorgiamo del piccolo disclaimer che esce dai loro pantaloni.
65: Quando piazzate un “annuncio native”, non solo minate la vostra credibilità, ma anche la credibilità di questo nuovo modo di comunicare e stare insieme.
66: E a proposito, perché non iniziamo a chiamare gli “annunci native” con uno dei loro nomi reali: “product placement”, “advertorial”, o “stramaledettissime notizie finte”?
67: Le aziende che si fanno pubblicità sono andate avanti senza scadere nel grottesco per generazioni. Possono riuscirci anche in Rete.
68: Tutti adoriamo le applicazioni luccicanti, anche quando sono sigillate come una stazione spaziale. Ma se mettiamo insieme tutte le applicazioni chiuse del mondo otteniamo solo una massa di applicazioni una sopra l’altra.
69: Se mettiamo insieme tutte le pagine Web otteniamo un mondo nuovo.
70: Le pagine Web sono fatte per connettere. Le applicazioni per controllare.
71: Spostandoci dal Web a un mondo basato sulle applicazioni, perdiamo le comunità che stavamo costruendo tutti insieme.
72: Nel regno delle App, siamo utilizzatori, non creatori.
73: Ogni nuova pagina rende il Web più grande. Ogni nuovo link lo rende più ricco.
74: Ogni nuova app ci dà qualcosa di nuovo da fare in autobus.
75: Ahia, un colpo basso!
76: Ehi, “Colpo Basso” sarebbe un’ottima app! Sicuramente sarebbe piena di “acquisti in-app”.
77: Le applicazioni non neutrali costruite su una Rete neutrale stanno diventando inevitabili come la forza di attrazione di un buco nero.
78: Se Facebook è la vostra esperienza della Rete, allora avete indossato degli occhiali fabbricati da un’azienda con la responsabilità verso i suoi azionisti di non farveli mai togliere.
79: Google, Amazon, Facebook, Apple sono tutte produttrici di occhiali. La verità più grande che i loro occhiali nascondono: queste aziende vogliono trattenerci proprio come i buchi neri trattengono la luce.
80: Queste singole multinazionali sono pericolose, ma non perché sono malvagie. Molte di esse infatti si impegnano a comportarsi in modo molto civile. Per questo bisognerebbe lodarle.
81: Però beneficiano della gravità dell’essere sociali: l’effetto “rete” si ottiene quando tantissime persone usano qualcosa solo perché la usano tantissime altre persone.
82: Quando non ci sono alternative competitive, dobbiamo essere super-vigili e ricordare a questi Giganti della Valley i valori del web da cui hanno preso ispirazione.
83: E poi dobbiamo onorare il rumore che fa ciascuno di noi quando si allontana con coraggio. E’ qualcosa che può andare dal rombo di un missile che parte allo strappo di una striscia di velcro.
84: Se vogliamo che i governi non si intromettano, dobbiamo fare in modo di non poter chiedere una sorveglianza maggiore quando – e se – dovesse arrivare un attacco.
85: Uno scambio non è equo se non sappiamo cosa offriamo in cambio. Chi ha detto sicurezza in cambio di privacy?
86: Con una probabilità che si avvicina all’assoluta certezza, ci pentiremo di non esserci impegnati maggiormente per tenere i nostri dati lontani dalle mani di Governi e multinazionali.
87: La privacy va rispettata per chi vuole averla. E tutti poniamo il limite a un certo punto.
88: Domanda: quanto pensate ci abbia messo la cultura pre-Web a capire dove porre il limite? Risposta: Da quanto esiste la cultura?
89: Il Web ha superato da pochissimo l’età dell’adolescenza. Siamo all’inizio, non alla fine, delle questioni di privacy.
90: Potremo capire cosa vuol dire privato solo quando capiremo cosa vuol dire essere social. E abbiamo appena iniziato a re-inventarlo.
91: Gli incentivi economici e politici a calarsi i pantaloni sono così forti che faremmo bene a investire in mutande di carta stagnola.
92: Gli hacker ci hanno messi nei guai e gli hacker stessi dovranno tirarcene fuori.
93: Internet è sbalorditivo. Internet è magnifico. Voi siete fantastici. Connetteteci tutti insieme e saremo più follemente meravigliosi di Jennifer Lawrence. E’ una semplice verità.
94: Quindi non sminuiamo quello che la Rete ha fatto negli ultimi vent’anni:
95: C’è tantissima musica in più nel mondo.
96: Ora ci facciamo una cultura personale da soli, con sporadiche tappe verso un cinema per vedere esplosioni e una busta di popcorn.
97: I politici devono spiegare le loro posizioni molto di più rispetto a quando usavano gli elenchi puntati in una pagina sola.
98: Se non si capisce una cosa si può sempre trovare una spiegazione. E una discussione. E un litigio. Non è chiaro quanto sia meraviglioso tutto questo?
99: Volete sapere cosa comprare? L’azienda che produce l’oggetto del desiderio è diventata la peggior fonte di informazioni su di esso. La fonte migliore siamo tutti noi.
100: Volete seguire un corso di alto livello su qualcosa che vi interessa? Cercatelo su Google. E scegliete. Gratis.
101: Sì, Internet non ha risolto tutti i problemi del mondo. Per questo l’Onnipotente ci ha dato un sedere: per farcelo alzare dalla sedia.
102: I detrattori di Internet ci fanno restare sinceri. Però ci piacciono di più quando non fanno gli ingrati.
103: Volevamo dirvi come sistemare Internet in quattro semplici mosse, ma l’unica che ci ricordiamo è l’ultima: il profitto.
Quindi ecco qualche pensiero sparso…
104: Dovremmo supportare gli artisti e creatori che ci portano gioia e ci semplificano la vita.
105: Dovremmo avere il coraggio di chiedere aiuto quando ci serve.
106: La nostra cultura condivide di default mentre le nostre leggi impongono di default il diritto d’autore. Il copyright a volte è giusto, ma nel dubbio, è meglio liberare.
107: Nel contesto sbagliato sono tutti stronzi. (Anche noi, ma lo sapevate già.) Se invitate qualcuno a navigare insieme, postate le regole. Tutti i troll, fuori!
108: Se le conversazioni sul vostro sito vanno male, è colpa vostra.
109: Dovunque stia avvenendo una conversazione, nessuno è obbligato a rispondervi, non importa quanto sia ragionevole la vostra osservazione o quanto sia bello il vostro sorriso.
110: Supportate le aziende che “capiscono” davvero il Web. Le riconoscerete non solo perché parlano come noi, ma perché sono dalla nostra parte.
111: Certo, le app ci danno una bella esperienza. Ma il Web è fatto da link che puntano sempre all’esterno, e ci connettono senza limiti. Per la vita e le idee, la completezza equivale alla morte. Scegliete la vita.
112: La rabbia è come una patente per gli stupidi. Le strade di internet sono già strapiene di patentati.
113: Vivete secondo i valori che volete vedere promossi da Internet.
114: Se state parlando da un po’ di tempo, smettetela. (Anche noi smetteremo molto presto.)
115: Stare insieme: la causa e la soluzione di tutti i problemi.
116: Se ci siamo concentrati sul ruolo delle Persone della Rete – voi e noi – durante il declino di Internet, è perché abbiamo ancora la stessa fede di quando siamo entrati.
117: Noi, le Persone della Rete, non riusciamo a capire quello che possiamo riuscire a fare insieme perché siamo lontanissimi dall’aver capito come stare insieme.
118: Internet ha liberato una forza antichissima – la gravità che ci attrae tutti vicini.
119: La gravità delle connessioni è l’amore.
120: Lunga vita all’Internet libero.
121: Speriamo di avere tutti un nostro Internet da amare.

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