Pubblicato il 21 gennaio 2015 Articolo scritto da Staff Viralbeat

Workshop di Viralbeat a Happyc – Felici, Epici, Innovatori

logo happyc Workshop di Viralbeat a Happyc   Felici, Epici, Innovatori

Chi ha detto che nel Sud Italia non ci sono eventi digital interessanti?

È tutto pronto per “Happyc – Felici, Epici, Innovatori…” l’evento curato cura dell’associazione “In Nova Terra” e dedicato all’innovazione e al coraggio di fare impresa in Calabria (e non solo), che avrà luogo il 23 e il 24 gennaio ad Amantea, presso il Campus Francesco Tonnara.

Sarà una due giorni per “fare rete” ed essere tutti insieme epici, felici e innovatori, ognuno nella propria realtà. Un’occasione per fare il punto sullo stato dell’innovazione digitale, confrontando idee e proposte.

Quando si parla di innovazione e di digital, Viralbeat non può mancare!

Luigi Ferrara, Digital Strategist e Rosaria Toriello, Social Media Manager terranno un workshop sabato pomeriggio, dedicato a tutte le aziende che vogliono scoprire come migliorare la propria reputazione sul Web e come utilizzare i Social Media per migliorare la propria brand identity, promuovere i propri prodotti e costruire relazioni con gli utenti.

Durante il workshop saranno presentate case history e saranno descritte best practice strategiche ed operative, mirate a fare del Web la propria isola felice.

Che fate, passate a trovarci? Al termine del workshop vi aspetta anche la finale e la premiazione dei Calabria Web Awards.

Vi aspettiamo!

Per tutte le info sull’evento potete consultare il sito http://happyc.innovaterra.org/ , per conoscere gli altri ospiti e il programma invece potete leggere la locandina qui sotto.

loc happyc Workshop di Viralbeat a Happyc   Felici, Epici, Innovatori

Pubblicato il 9 gennaio 2015 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Le 121 tesi del nuovo Cluetrain Manifesto tradotte in italiano

new cluetrain Le 121 tesi del nuovo Cluetrain Manifesto tradotte in italiano

Sono passati 16 anni dal primo Cluetrain Manifesto. Erano gli albori di un periodo bellissimo, durante il quale abbiamo arricchito Internet fino a farlo diventare la fonte inesauribile di qualunque cosa (informazioni, contenuti, sapere, barzellette, e quant’altro) che è oggi.

Proprio in questi giorni molto difficili per la libertà di espressione, gli stessi autori del Cluetrain Manifesto originario ne hanno pubblicata una versione aggiornata, ma sempre basata sulla tesi originale: i mercati sono conversazioni, e queste conversazioni devono essere più autentiche possibile.

Questo nuovo Manifesto, contenente 121 tesi, qualcuna in più del primo, ci mette in guardia dai pericoli di Internet, ma ci dice anche che la Rete è forse la cosa (utilizzo volutamente questo termine generico, perché non è classificabile come strumento o come oggetto) più bella che potesse capitarci. La versione originale è consultabile sul sito di Cluetrain.

Nello spirito di condivisione che ci dovrebbe contraddistinguere ho voluto tradurle in italiano tutte e 121 per chi non ha molta dimestichezza con l’inglese. Sicuramente verrà una versione ufficiale dopo la mia, ma nel frattempo credo di aver reso l’idea abbastanza bene. Correggetemi pure se ritenete che abbia sbagliato in qualche punto.

Buona lettura, e soprattutto buona riflessione!

1: Internet non è fatto di fili di rame, fibra di vetro, onde radio, o tubi.
2: I dispositivi che usiamo per connetterci a Internet non sono Internet.
3: I vari provider di servizi non sono i proprietari di Internet. Facebook, Google e Amazon non sono i monarchi della Rete, e nemmeno i loro algoritmi. Nessun Governo o Ente Commerciale sulla Terra ha il consenso degli utenti di utilizzare la Rete come un sovrano.
4: Internet è un bene comune di tutti.
5: Tutto il valore di Internet deriva da noi e da ciò che abbiamo costruito con esso.
6: La Rete è di noi, da noi, e per noi.
7: Internet è nostro.
8: Internet non è più materiale della gravità. Entrambe le cose ci tengono uniti.
9: Internet non esiste. Alla base di esso c’è una serie di accordi, che i più smanettoni di noi (lunga vita a loro) chiamano “protocolli”, ma che noi potremmo chiamare, con lo spirito di oggi, “comandamenti”.
10: Il primo di questi è: La tua rete sposterà tutti i pacchetti verso le loro destinazioni senza agevolarli o ritardarli in base a origine, fonte, contenuto o intento.
11: Questo primo comandamento rende Internet aperto a qualunque idea, applicazione, impresa, missione, vizio, e quant’altro.
12: Non abbiamo uno strumento con un fine così generale da quando è stato inventato il linguaggio.
13: Questo vuol dire che Internet non ha un fine specifico. Nè per i social network, nè per i documenti, nè per la pubblicità, nè per il commercio, nè per l’istruzione, nè per il porno, nè per tutto il resto. E’ progettato specificamente per tutte le cose.
14: Ottimizzare Internet per un solo scopo lo de-ottimizza per tutti gli altri.
15: Internet come la gravità attrae tutto indiscriminatamente. Tiene insieme tutte le cose, quelle virtuose come quelle malvagie.
16: Si trovano degli ottimi contenuti su Internet, ma per la barba di Merlino, Internet non è fatto di contenuti.
17: La prima poesia di un adolescente, la rivelazione di un segreto tenuto a lungo, un disegno fatto da una mano paralizzata, il post su un blog in un regime che odia il suono della voce del suo popolo – nessuna di queste persone l’ha fatto con l’intento di creare un contenuto.
18: Abbiamo usato la parola “contenuto” senza virgolette? Ci sentiamo molto sporchi.
19: La Rete non è un mezzo più di quanto lo sia la conversazione.
20: Sulla rete, il mezzo siamo noi. Siamo noi a trasmettere i messaggi. Lo facciamo ogni volta che postiamo o retwittiamo, inviamo un link tramite email, o lo postiamo sui social network.
21: A differenza di un mezzo, voi e io lasciamo un’impronta, e a volte il segno dei denti, sui messaggi che trasmettiamo. Diciamo alle persone perché li stiamo inviando. Ne discutiamo. Aggiungiamo una battuta. Tagliamo una parte che non ci piace. Rendiamo nostri questi messaggi.
22: Ogni volta che trasmettiamo un messaggio tramite la Rete, porta con sè un pezzetto di noi stessi.
23: Trasmettiamo un messaggio attraverso questo “mezzo” solo se lo riteniamo importante in uno degli infiniti modi in cui gli esseri umani tengono a qualcosa.
24: Tenere a qualcosa – e contare qualcosa – è la forza motrice di Internet.
25: Nel 1991, Tim Berners-Lee usò la Rete per creare qualcosa da regalare a tutti noi: il World Wide Web. Grazie.
26: Tim ha creato il Web implementando dei protocolli (riecco quel termine!) che dicono come scrivere una pagina che può collegarsi a qualunque altra pagina senza dover chiedere il permesso a nessuno.
27: Boom. Nel giro di 10 anni sono nate miliardi di pagine sul Web – uno sforzo comune nell’ordine di grandezza di una Guerra Mondiale, e così a fin di bene che il problema più grande era il tag.
28: Il Web è un regno incredibilmente grande, semi-persistente, di oggetti riconoscibili tramite le loro fitte inter-connessioni.
29: Sembra familiare. Ah giusto, è la stessa definizione di mondo.
30: Diversamente dal ondo reale, ogni oggetto e ogni connessione sul Web è stata creata da qualcuno di noi per esprimere un interesse e un’ipotesi su come quei piccoli pezzi si incastrano.
31: Ciascun link postatoda una persona che aveva qualcosa da dire è un atto di altruismo e generosità, che invita i lettori a lasciare la nostra pagina per vedere com’è il mondo agli occhi di un’altra persona.
32: Il Web ricostruisce il mondo in base alla nostra immagine collettiva.
33: E’ importante vedere e fare tesoro dei dialoghi, le amicizie, le migliaia di atti di simpatia, gentilezza, e gioia che possiamo incontrare su Internet.
34: Eppure le parole “frocio” e “negro” vengono dette molto più in Rete che fuori.
35: Demonizzare “loro” – le persone con aspetto, lingua, opinioni, appartenenze e altre classificazioni che non comprendiamo, non ci piacciono o non tolleriamo – è più grave che mai su Internet.
36: Le donne in Arabia Saudita non possono guidare? Nel frattempo, la metà di noi non può dire qualcosa in Rete senza guardarsi alle spalle.
37: L’odio è presente sulla Rete perché è presente nel mondo, ma la Rete rende più semplice esprimerlo e ascoltarlo.
38: Soluzione: se avessimo una soluzione, non vi faremmo sorbire tutte queste cacchio di tesi.
39: Si può dire questo: l’odio non ha dato vita alla Rete, ma in cambio limita la Rete e anche noi.
40: Almeno riconosciamo i valori intrinsechi della Rete. I valori umani.
41: Vista dall’esterno la Rete è solo tecnologia. Ma è popolata da creature che si accendono quando tengono a qualcosa: le loro vite, i loro amici, il mondo che condividiamo.
42: La Rete ci offre un luogo comune dove essere noi stessi, insieme ad altri che sono felici nell’essere diversi.
43: Nessuno è proprietario di quel luogo. Tutti possono usarlo. Chiunque può migliorarlo.
44: Ecco cos’è Internet aperto. Sono state combattute guerre per molto meno.
45: Il mondo ci si presenta davanti come un buffet, ma noi mangiamo comunque la solita bistecca con patate, agnello e hummus, pesce e riso, e quant’altro.
46: In parte lo facciamo perché la conversazione richiede un elemento in comune: linguaggio, interessi, norme, comprensione. Senza questi, è difficile o addirittura impossibile portare avanti un dialogo.
47: Gli elementi in comune creano tribù. La superficie della Terra teneva a distanza le tribù, permettendo loro di sviluppare molte diversità. Che bello! Le tribù hanno creato “Noi contro Loro” e la guerra. Che bello? Mica tanto.
48: Su Internet, la distanza tra le tribù inizia da zero.
49: A quanto pare sapersi trovare interessanti a vicenda non è facile quanto sembra.
50: E’ un ostacolo che possiamo superare essendo aperti, comprensivi, e pazienti. Ce la possiamo fare! Siamo i numeri 1!
51: Essere ospitali: ecco un valore che la Rete deve imparare dalle migliori culture del mondo reale.
52: La prima volta avevamo ragione: i mercati sono conversazioni.
53: La tua azienda che costringe qualcuno a fare l’imbonitore per un prodotto (di cui non vogliamo sentir parlare) non è una conversazione.
54: Se vorremo sapere la verità sui tuoi prodotti, la scopriremo parlando tra noi.
55: Ci rendiamo conto che queste conversazioni siano preziosissime per te. Peccato. Sono nostre.
56: Sei il benvenuto se vuoi unirti alla nostra conversazione, ma solo se ci dici per chi lavori, e se sai ragionare con la tua testa.
57: Ogni volta che ci chiamate “consumatori” ci sentiamo come mucche che cercano il significato della parola “carne”.
58: Smettete di scavare nelle nostre vite per estrarre dati che non vi riguardano e che le vostre macchine interpretano in modo sbagliato.
59: Non preoccupatevi: vi diremo noi quando vorremo acquistare qualcosa. A modo nostro. Non a modo vostro. Fidatevi, sarà meglio anche per voi.
60: Le pubblicità che sembrano autentiche ma vengono dall’intestino irritabile del vostro reparto marketing, sporcano il tessuto del Web.
61: Quando personificare qualcosa è inquietante, è un buon segnale che non capite cosa vuol dire essere una persona.
62: Personale è umano. Personificare no.
63: Più le macchine sembrano umane, più scivolano verso un luogo che sembra il teatro degli orrori.
64: Inoltre: per favore smettete di travestire le pubblicità da notizie nella speranza che non ci accorgiamo del piccolo disclaimer che esce dai loro pantaloni.
65: Quando piazzate un “annuncio native”, non solo minate la vostra credibilità, ma anche la credibilità di questo nuovo modo di comunicare e stare insieme.
66: E a proposito, perché non iniziamo a chiamare gli “annunci native” con uno dei loro nomi reali: “product placement”, “advertorial”, o “stramaledettissime notizie finte”?
67: Le aziende che si fanno pubblicità sono andate avanti senza scadere nel grottesco per generazioni. Possono riuscirci anche in Rete.
68: Tutti adoriamo le applicazioni luccicanti, anche quando sono sigillate come una stazione spaziale. Ma se mettiamo insieme tutte le applicazioni chiuse del mondo otteniamo solo una massa di applicazioni una sopra l’altra.
69: Se mettiamo insieme tutte le pagine Web otteniamo un mondo nuovo.
70: Le pagine Web sono fatte per connettere. Le applicazioni per controllare.
71: Spostandoci dal Web a un mondo basato sulle applicazioni, perdiamo le comunità che stavamo costruendo tutti insieme.
72: Nel regno delle App, siamo utilizzatori, non creatori.
73: Ogni nuova pagina rende il Web più grande. Ogni nuovo link lo rende più ricco.
74: Ogni nuova app ci dà qualcosa di nuovo da fare in autobus.
75: Ahia, un colpo basso!
76: Ehi, “Colpo Basso” sarebbe un’ottima app! Sicuramente sarebbe piena di “acquisti in-app”.
77: Le applicazioni non neutrali costruite su una Rete neutrale stanno diventando inevitabili come la forza di attrazione di un buco nero.
78: Se Facebook è la vostra esperienza della Rete, allora avete indossato degli occhiali fabbricati da un’azienda con la responsabilità verso i suoi azionisti di non farveli mai togliere.
79: Google, Amazon, Facebook, Apple sono tutte produttrici di occhiali. La verità più grande che i loro occhiali nascondono: queste aziende vogliono trattenerci proprio come i buchi neri trattengono la luce.
80: Queste singole multinazionali sono pericolose, ma non perché sono malvagie. Molte di esse infatti si impegnano a comportarsi in modo molto civile. Per questo bisognerebbe lodarle.
81: Però beneficiano della gravità dell’essere sociali: l’effetto “rete” si ottiene quando tantissime persone usano qualcosa solo perché la usano tantissime altre persone.
82: Quando non ci sono alternative competitive, dobbiamo essere super-vigili e ricordare a questi Giganti della Valley i valori del web da cui hanno preso ispirazione.
83: E poi dobbiamo onorare il rumore che fa ciascuno di noi quando si allontana con coraggio. E’ qualcosa che può andare dal rombo di un missile che parte allo strappo di una striscia di velcro.
84: Se vogliamo che i governi non si intromettano, dobbiamo fare in modo di non poter chiedere una sorveglianza maggiore quando – e se – dovesse arrivare un attacco.
85: Uno scambio non è equo se non sappiamo cosa offriamo in cambio. Chi ha detto sicurezza in cambio di privacy?
86: Con una probabilità che si avvicina all’assoluta certezza, ci pentiremo di non esserci impegnati maggiormente per tenere i nostri dati lontani dalle mani di Governi e multinazionali.
87: La privacy va rispettata per chi vuole averla. E tutti poniamo il limite a un certo punto.
88: Domanda: quanto pensate ci abbia messo la cultura pre-Web a capire dove porre il limite? Risposta: Da quanto esiste la cultura?
89: Il Web ha superato da pochissimo l’età dell’adolescenza. Siamo all’inizio, non alla fine, delle questioni di privacy.
90: Potremo capire cosa vuol dire privato solo quando capiremo cosa vuol dire essere social. E abbiamo appena iniziato a re-inventarlo.
91: Gli incentivi economici e politici a calarsi i pantaloni sono così forti che faremmo bene a investire in mutande di carta stagnola.
92: Gli hacker ci hanno messi nei guai e gli hacker stessi dovranno tirarcene fuori.
93: Internet è sbalorditivo. Internet è magnifico. Voi siete fantastici. Connetteteci tutti insieme e saremo più follemente meravigliosi di Jennifer Lawrence. E’ una semplice verità.
94: Quindi non sminuiamo quello che la Rete ha fatto negli ultimi vent’anni:
95: C’è tantissima musica in più nel mondo.
96: Ora ci facciamo una cultura personale da soli, con sporadiche tappe verso un cinema per vedere esplosioni e una busta di popcorn.
97: I politici devono spiegare le loro posizioni molto di più rispetto a quando usavano gli elenchi puntati in una pagina sola.
98: Se non si capisce una cosa si può sempre trovare una spiegazione. E una discussione. E un litigio. Non è chiaro quanto sia meraviglioso tutto questo?
99: Volete sapere cosa comprare? L’azienda che produce l’oggetto del desiderio è diventata la peggior fonte di informazioni su di esso. La fonte migliore siamo tutti noi.
100: Volete seguire un corso di alto livello su qualcosa che vi interessa? Cercatelo su Google. E scegliete. Gratis.
101: Sì, Internet non ha risolto tutti i problemi del mondo. Per questo l’Onnipotente ci ha dato un sedere: per farcelo alzare dalla sedia.
102: I detrattori di Internet ci fanno restare sinceri. Però ci piacciono di più quando non fanno gli ingrati.
103: Volevamo dirvi come sistemare Internet in quattro semplici mosse, ma l’unica che ci ricordiamo è l’ultima: il profitto.
Quindi ecco qualche pensiero sparso…
104: Dovremmo supportare gli artisti e creatori che ci portano gioia e ci semplificano la vita.
105: Dovremmo avere il coraggio di chiedere aiuto quando ci serve.
106: La nostra cultura condivide di default mentre le nostre leggi impongono di default il diritto d’autore. Il copyright a volte è giusto, ma nel dubbio, è meglio liberare.
107: Nel contesto sbagliato sono tutti stronzi. (Anche noi, ma lo sapevate già.) Se invitate qualcuno a navigare insieme, postate le regole. Tutti i troll, fuori!
108: Se le conversazioni sul vostro sito vanno male, è colpa vostra.
109: Dovunque stia avvenendo una conversazione, nessuno è obbligato a rispondervi, non importa quanto sia ragionevole la vostra osservazione o quanto sia bello il vostro sorriso.
110: Supportate le aziende che “capiscono” davvero il Web. Le riconoscerete non solo perché parlano come noi, ma perché sono dalla nostra parte.
111: Certo, le app ci danno una bella esperienza. Ma il Web è fatto da link che puntano sempre all’esterno, e ci connettono senza limiti. Per la vita e le idee, la completezza equivale alla morte. Scegliete la vita.
112: La rabbia è come una patente per gli stupidi. Le strade di internet sono già strapiene di patentati.
113: Vivete secondo i valori che volete vedere promossi da Internet.
114: Se state parlando da un po’ di tempo, smettetela. (Anche noi smetteremo molto presto.)
115: Stare insieme: la causa e la soluzione di tutti i problemi.
116: Se ci siamo concentrati sul ruolo delle Persone della Rete – voi e noi – durante il declino di Internet, è perché abbiamo ancora la stessa fede di quando siamo entrati.
117: Noi, le Persone della Rete, non riusciamo a capire quello che possiamo riuscire a fare insieme perché siamo lontanissimi dall’aver capito come stare insieme.
118: Internet ha liberato una forza antichissima – la gravità che ci attrae tutti vicini.
119: La gravità delle connessioni è l’amore.
120: Lunga vita all’Internet libero.
121: Speriamo di avere tutti un nostro Internet da amare.

Pubblicato il 22 dicembre 2014 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Viralbeat cerca uno Sviluppatore Web!

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Viralbeat cerca uno Sviluppatore Web per la sua sede di Salerno.

Importante che il candidato abbia una spiccata propensione a lavorare in team, sia un appassionato delle tecnologie web/mobile e possegga le seguenti skills:

– ottima conoscenza di PHP e MySql
– buona conoscenza di HTML / CSS / Javascript
– buona conoscenza dell’ambiente LAMP
– buona conoscenza di WordPress e dello sviluppo di Plugin e Temi relativi al suddetto CMS
– nozioni di base di SEO

Requisiti preferenziali:

– conoscenza di python
– conoscenza di almeno un Framework PHP MVC (Laravel, Codeigniter, Cake, Zend)
– conoscenza di jQuery / Bootstrap JS
– conoscenza di Bootstrap framework
– dimestichezza nell’uso di tecnologie AJAX
– conoscenza di Webservices e API social (facebook, twitter, youtube ecc)
– conoscenza di HTML5 e CSS3
– conoscenza di tecnologie mobile native (iOS / Android)
– utilizzo di software di versioning (SVN, GIT)
– buona conoscenza della lingua inglese parlata/scritta
– presenza in sede
– curiosità nell’approfondimento di nuove tecnologie.
Il tipo di collaborazione, la durata e il compenso saranno da concordare in linea alle competenze del candidato selezionato.

Inviare le proprie candidature a chiara.puglia[@]viralbeat.com

Pubblicato il 16 dicembre 2014 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Mad Men Digital Christmas Party – Giovedì 18 dicembre a Salerno! #MadMenSA

madmen 2 Mad Men Digital Christmas Party   Giovedì 18 dicembre a Salerno! #MadMenSA

Quest’anno, invece della consueta festa aziendale, abbiamo pensato a un party pre-natalizio che riunisca le realtà e i professionisti del settore digital della zona, per scambiare due chiacchiere e bere un drink insieme.

Il team di Viralbeat al completo (o quasi) vi aspetta, insieme a Ninja Marketing, Razorfish Healthware e tanti altri, giovedì 18 dicembre al Teatro Vittoria di Salerno, dalle 21.30. Per l’occasione abbiamo riportato il calendario agli anni ’60, gli anni d’oro di Madison Avenue, con un dress code à la Mad Men.

madmen 1 Mad Men Digital Christmas Party   Giovedì 18 dicembre a Salerno! #MadMenSA

L’hashtag, per tutti quelli presenti fisicamente o anche solo virtualmente, era #MadMenSA. Proprio da questo siamo partiti per recuperare tutti i contenuti e selezionare i più significativi per raccontare cosa è successo tramite Storify. Noterete qualche personaggio conosciuto, ma ci tenevano a partecipare.

Pubblicato il 28 novembre 2014 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Guadagnare dai social media? La strategia vincente di KLM è tutta basata sull’engagement

KLM covergreetings Guadagnare dai social media? La strategia vincente di KLM è tutta basata sullengagement

Chi ha detto che non si può guadagnare con i social media? Il problema è, più che altro, trovare il modo giusto per farlo.

Il marketing non è morto, ma è uno zombie

Ho letto proprio l’altro giorno un post che, con una metafora molto fumettistica, affermava che il marketing è morto, non si è accorto della sua morte ed è risorto come un’entità molto diversa e più potente di quello che era in precedenza. Direi che sono molto d’accordo con questa definizione, che non si limita al catastrofistico (e periodico) “il marketing è morto”.

In effetti, il marketing propriamente detto punta a generare awareness su un brand, facendo in modo che i consumatori siano più propensi ad acquistare quello che offre. In effetti fino a dieci anni fa era ancora così, e le strategie di comunicazione erano tutte a senso unico: dal venditore al compratore.

L’avvento del digital ha stravolto questa visione così ordinata della situazione, aggiungendo al mix elementi che in senso classico non dovrebbero esserci: le linee di separazione tra vendita, customer care, product management e promozione sono quasi scomparse, e le famose 4P sono diventate molte di più. Di conseguenza anche le strategie hanno cambiato strada, dall’awareness pura all’engagement (in particolar modo sui social).

L’engagement era l’evoluzione naturale

Siamo tutti connessi in una grande rete di persone, i gradi di separazione sono passati da sei a tre, passiamo più tempo sui social media che a fare molte altre attività. Insomma, come consumatori ci siamo evoluti un bel po': chi ha capito davvero come stanno le cose ci chiama addirittura persone. I brand sono diventati ospiti a casa nostra: per catturare la nostra attenzione dobbiamo essere coinvolti, e chi vuole farsi preferire ai suoi competitor deve rassegnarsi all’idea di dare qualcosa in cambio al pubblico a cui si rivolge, altrimenti è molto semplice togliere un like o defolloware la pagina.

E questo vuol dire doversi relazionare più o meno direttamente, interagire, raccontare una storia, informare, rispondere alle domande, e magari chiedere scusa quando si sbaglia. Nella nuova realtà conta meno ciò che si dice e molto di più ciò che si fa: comunicare un messaggio sbagliato o sgradito significa molto spesso essere “distrutti” dagli utenti (e quasi ogni giorno vediamo un nuovo caso di cattiva comunicazione). Naturalmente questo concetto è amplificato all’inverosimile se parliamo di canali social.

Proprio perché si basa tutto sulla relazione, puntare all’engagement comporta anche il dover cambiare ottica su tantissime attività: come vengono prodotti i contenuti, come vengono pianificate le campagne adv, come vengono strutturati i siti e le varie landing page, addirittura il percorso di lead generation. Andrebbe tutto adattato su misura per la persona che vogliamo coinvolgere, e per fare questo bisogna prima ascoltare, e ascoltare bene.

KLM, un caso di successo su tutti i fronti

Il caso di KLM è molto interessante, non solo per le meravigliose (e sempre creative) campagne con le quali riesce sempre a sbalordire i suoi passeggeri, e farsi amare sempre di più.

Come fanno a cogliere sempre nel segno in modo così preciso ed efficace? Semplicemente hanno capito che il marketing è diventato una cosa completamente diversa da quello che era qualche anno fa. In realtà, a quanto dice il loro social media manager Karlijn Vogel-Meijer, l’hanno anche imparato un po’ per caso: nel 2010, quando l’eruzione di un vulcano islandese creò scompiglio praticamente in tutti gli aeroporti del mondo, i canali ufficiali di assistenza clienti di KLM erano occupati, e così iniziarono a piovere domande sui social media.

A quel punto dovevano scegliere tra ignorarle completamente o rispondere, mentre prima di quel giorno le pagine si limitavano a lanciare messaggi promozionali. Hanno scelto la seconda, come tutti sappiamo, e da allora non si sono più fermati. Ricevono ogni giorno più di 45.000 mention solo su Twitter, e circa 1 su 10 è una domanda alla quale va data una risposta. Sempre in pubblico e con la massima trasparenza, anche per le situazioni negative.

La loro strategia è basata interamente sulla customer experience, quindi sull’ascolto e sull’engagement: per esempio, ogni 5 minuti aggiornano l’immagine di copertina di Twitter con la stima del tempo medio necessario a rispondere a ogni richiesta degli utenti.

KLM covertwitter Guadagnare dai social media? La strategia vincente di KLM è tutta basata sullengagement

Anche le loro campagne partono dalle esigenze vere dei passeggeri. Per farvi un esempio, “Cover Greetings” (in italiano “saluti sul coprisedile”) è solo l’ultima di una lunga serie: prendendo spunto dal problema dei saluti in aeroporto, che non sempre sono facili, hanno sorpreso i passeggeri con dei messaggi scritti dai loro familiari e amici prima di partire, utilizzati come tovagliette dei poggiatesta del sedile che era stato loro assegnato. Le reazioni sono tutte da vedere:

Manca solo l’ultimo dato, che forse è anche il più importante: alla fine della fiera questo tipo di approccio ripaga gli investimenti in tempo e denaro necessari? Qual è il famoso ROI di questa strategia? A quanto pare, conteggiando solo le conversioni dirette (quindi tracciando solo l’ultimo clic), KLM guadagna circa 25 milioni di dollari all’anno solo dai social media. Giudicate voi.

Pubblicato il 18 novembre 2014 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Lavora con noi: Viralbeat cerca Social Media Manager!

Curiosità statistiche SMM1 Lavora con noi: Viralbeat cerca Social Media Manager!


 

Viralbeat cerca un/a Social Media Manager che affianchi una figura Senior presso la sede di Salerno.

Il/la candidato/a si occuperà della gestione di canali social aziendali, dell’analisi dei profili competitor, della stesura di piani editoriali, della gestione del cliente, della reportistica.

Importante che il/la candidato/a abbia:
– ottima padronanza della lingua inglese;
– interesse e/o esperienze pregresse nel mondo della moda e del lusso;
– formazione in area umanistica o comunicazione/marketing;
– ottime capacità di scrittura;
– capacità di lavorare in team e in modo indipendente in base alle esigenze dei progetti;
– capacità di lavorare sotto pressione.

Cerchiamo una persona curiosa, proattiva, con voglia di crescere, appassionata al web e al mondo dei social e della comunicazione.

Il tipo di collaborazione, la durata e il compenso saranno da concordare in linea alle competenze.

Se pensate di essere la persona giusta, potete inviare le vostre candidature a chiara.puglia[@]viralbeat.com

Pubblicato il 17 ottobre 2014 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Il modello di content marketing Hero, Hub, Hygiene: meno viral, più pianificazione

Iniziamo con una brutta notizia: le azioni virali (in particolare per i video) non funzionano più, almeno se avete intenzione di usarle in una campagna pubblicitaria.

Prima di lanciare i pomodori, però, lasciatemi spiegare. L’idea di puntare su un singolo contenuto come base per costruire e pianificare un’intera campagna pubblicitaria, sperando che diventi virale o portandolo avanti con un cospicuo investimento promozionale, non è più realistica come poteva esserlo qualche tempo fa.

Oltre a non essere realistico, questo modello ha un altro problema che definirei fondamentale: anche nel momento in cui si dovesse vincere alla lotteria e il nostro contenuto diventasse un successone virale, non sarebbe garantito lo scopo ultimo, cioè l’inizio di una relazione tra il brand e l’utente finale. Quest’ultimo molto spesso ricorda l’azione, ma la slega completamente da ciò che dovrebbe promuovere. La perdita di efficacia è evidente e non giustifica più un tipo di approccio simile.

Come prova del nove, è molto semplice verificare che alla base di una campagna virale ci sono spesso numerosi tentativi falliti.

I brand più attivi (e quelli che spendono di più in pubblicità) se ne sono accorti, e stanno iniziando a utilizzare un approccio più completo, pragmatico e funzionale all’obiettivo: seguono il modello Hero, Hub, Hygiene.

Hero hub hygiene 1 Il modello di content marketing Hero, Hub, Hygiene: meno viral, più pianificazione

Hero, Hub, Hygiene

Questo modello è stato sviluppato da YouTube per le campagne video, ma si può estendere a tutto il content marketing, reinterpretandolo leggermente e bilanciando gli sforzi.

Immaginate di ordinare i contenuti della campagna  in una piramide con tre gradini.

Al vertice ci saranno i contenuti definiti Hero: i più entusiasmanti, quelli su cui puntare maggiormente, quelli che in precedenza sarebbero stati usati per la famosa campagna di viral marketing. Per forza di cose devono essere utilizzati in quantità molto minore rispetto agli altri, perché supportano le azioni che generano più buzz, da usare poche volte nel corso di un periodo di pianificazione.

Al centro si collocano i contenuti Hub, con l’obiettivo di intrattenere il pubblico e coinvolgerlo, al punto da far ritornare gli utenti a consultarlo: gli attributi principali sono qualità alta, coinvolgimento emozionale, aggiornamento frequente, notevole valore aggiunto. E’ senza dubbio la categoria più rilevante, quella che porta davvero i risultati in termini di ritorno sull’investimento (o se preferite di massa critica).

Al gradino più basso, non perché abbiano meno importanza ma semplicemente perché sono più numerosi, troviamo i contenuti Hygiene, cioè quelli pensati appositamente per l’utente-tipo del target. Molto spesso vengono raggiunti durante la navigazione o addirittura tramite i motori di ricerca. Parliamo dunque dei classici contenuti “pull”: guide, how-to, liste o in generale serie di post e video focalizzati su una stessa tematica. Un qualcosa che possa risultare utile ogni giorno, non solo in una determinata occasione.

Promuovere i contenuti giusti, nel modo giusto

Anche il concetto che non ci sia bisogno di promuovere i contenuti laddove sia presente un’idea forte e capace di colpire nel segno, ahimè, è praticamente tramontato. Le piattaforme di content marketing sono diventate talmente sature di contenuti che, anche avendo l’idea migliore del mondo, senza dare un bel boost alla visibilità si rischia di passare sotto silenzio.

Hero hub hygiene 2 Il modello di content marketing Hero, Hub, Hygiene: meno viral, più pianificazione

Immaginiamolo ad esempio applicato al piano editoriale di un blog o di una pagina Facebook, con un budget non enorme ma nemmeno striminzito: bisogna distribuire i tipi di contenuti e l’investimento secondo l’importanza e la rilevanza attesa. Il contenuto Hero si pubblica 1-2 volte al mese, e dovendo portare una bella parte di campagna sulle spalle, riceverà un’attenzione maggiore a livello promozionale. L’Hygiene, per le sue caratteristiche intrinseche, va postato regolarmente, perché resta e può essere sempre recuperato, specialmente nel caso dei blog (è il motivo principale per cui si pubblicano manuali, liste e how-to: per frasi ritrovare dagli utenti più fedeli). Si accontenta di un investimento molto minore (o addirittura può puntare solo sulla visibilità earned degli share spontanei). Per gli Hub si può applicare il caro vecchio buon senso, pubblicando frequentemente e spingendo di più o di meno sull’acceleratore a seconda dei risultati attesi o desiderati.

Alla riorganizzazione dei contenuti secondo il modello descritto, quindi, si deve far corrispondere un’adeguata strategia di promozione, che diventa un elemento fondamentale della pianificazione, assottigliando ulteriormente la differenza tra owned e paid media. Ma attenzione, l’ottica è sempre di valorizzarli, non limitarsi semplicemente a piazzarli ovunque.

Potete trovare altro materiale sul tema nei correlati a questo post (poco più giù nella pagina) e in generale nel nostro blog. Se invece avete domande o commenti, come sempre, non esitate a farvi sentire. Buon proseguimento!

Pubblicato il 1 ottobre 2014 Articolo scritto da Luigi Ferrara

C’è ancora speranza per il congiuntivo? Intervista alle Social Media Manager dell’Accademia della Crusca

cover crusca Cè ancora speranza per il congiuntivo? Intervista alle Social Media Manager dellAccademia della Crusca

Qualche giorno fa, all’ennesimo post splendido (direi anche magistrale, per conservare il gioco di parole) sulla pagina Facebook dell’ Accademia della Crusca, quasi per scherzo sono andato a commentare: “Posso intervistare i vostri social media manager?”

Nel giro di pochi minuti mi vedo aggiunto e contattato da Vera, che si occupa dell’account Twitter, e mi fornisce subito le informazioni utili per l’intervista. A quel punto decido di proseguire, perché vi voglio davvero presentare due persone che molti di noi possono definire colleghe, e svolgono sempre un ottimo lavoro pur avendo un ente molto delicato da rappresentare. Inoltre, le loro pagine sono un ottimo caso di studio da archiviare, e sembrava giusto andare ad approfondire e scoprire chi sono, da dove vengono e in che modo lavorano.

Come vedrete, nelle loro risposte ci sono anche delle sorprese, elementi che in pochi si sarebbero aspettati. E poi c’è una rassicurazione per tutti quelli che amano la lingua italiana e si dispiacciono sempre a vederla maltrattata: c’è ancora speranza!

Non mi voglio dilungare, passiamo all’intervista. E permettetemi di ringraziare Vera e Stefania per la disponibilità e la sincerità con cui hanno risposto.

1. Prima di tutto vi chiederei di presentarvi. Chi siete? Cosa volete? (Un fiorino)

V: Vera Gheno, 39 anni, dottore di ricerca in linguistica. Dalla tesi di laurea in poi mi sono occupata soprattutto di comunicazione mediata dal computer (alla fine degli anni Novanta c’erano i newsgroup, le BBS, poi le chat…), in particolare dal punto di vista (socio)linguistico. Lo sbocco sui social network è stato, di conseguenza, praticamente naturale.

S: Stefania Iannizzotto, 39 anni, dottore di ricerca in filologia moderna. A differenza di Vera non ho un “rapporto di studio” con la cmc, mi sono sempre occupata di toscanizzazione in Sicilia nel Cinque-Seicento e di storia dell’italiano ottocentesco, un po’ di italiano trasmesso (in particolare della lingua della televisione) e adesso anche di semplificazione del linguaggio amministrativo e professionale. A dirla tutta, mi sono laureata con una tesi su Leopardi (con cui ho vinto il premio bandito dal Centro di Studi Leopardiani!), ho un master sul libro antico, l’abilitazione per insegnare italiano e latino nei licei e per insegnare l’italiano a stranieri. Per me lo sbocco su social network è stato praticamente… una sorpresa!

2. Qual è il vostro social network preferito?

V: Ne cito due: per le discussioni Friendfeed (http://friendfeed.com/, un SN in semi-disuso, ma è quello più simile, per certi aspetti, ai vecchi newsgroup o gruppi di discussione telematici); per controbilanciare l’overdose di “parole”, invece, Instagram.

S: Anche a questa domanda rispondo come forse non ci si aspetterebbe: ho un rapporto personale con i social decisamente moderato (soprattutto poi da quando mi occupo della Crusca!) e non ho un SN preferito: in realtà seguo solo il mio profilo FB, che per me è una finestra sul mio mondo e dintorni, amici lontani e vicini, notizie e curiosità, seguo un po’ il mio account Linkedin, davvero molto poco i miei account Instagram e Foursquare e (altro colpo di scena!) non ho un account Twitter (ma va da sé che ho sempre sott’occhio quello di Crusca!).

3. C’è un sito/blog/pagina che consigliereste a tutti di seguire, a parte gli spazi dell’Accademia ovviamente?

V: Sicuramente Il mestiere di scrivere, di Luisa Carrada, e la sezione Antibufala del sito web di Paolo Attivissimo.

S: Anche qui saltellando un po’ in rete: Carrada, ma anche Farabegoli , Testa e Corbolante.

4. Come si arriva a lavorare per un’istituzione come l’Accademia della Crusca? Ci saranno state delle selezioni durissime per scegliere chi avrebbe dovuto rappresentarne la voce in Rete, soprattutto con dei mezzi delicati come i social network.

V: Io collaboro con la Crusca da quattordici anni, più o meno dalla laurea. Ho lavorato a molti progetti riguardanti i media più tradizionali (radio e tv, soprattutto) e alla creazione di varie banche dati digitali. Da anni faccio parte della redazione del sito web e della consulenza linguistica. Essendo una delle contemporaneiste, qui in Accademia, e forse quella che da più tempo si occupa di “nuovi media”, darmi la responsabilità di Twitter è stato praticamente automatico.

S: Dal 2000 al 2010 ho collaborato con la cattedra di Storia della lingua italiana della Facoltà di Lettere di Catania (sempre tenendo seminari su problematiche storico-linguistiche cinque-secentesche e preunitarie e laboratori di scrittura testuale in lingua italiana!). In realtà però ho non solo fatto linguistica, filologia e storia della lingua, mi sono anche occupata d’altro, per esempio dal 2005 al 2009 sono stata responsabile della comunicazione e dei progetti editoriali del Laboratorio multimediale di sperimentazione audiovisiva (la.mu.s.a.) della Facoltà di Lettere di Catania. In quel periodo, dopo aver seguito corsi di formazione sul trattamento digitale del libro antico, ho tenuto anche diversi laboratori sulla teoria e le tecniche della digitalizzazione del materiale librario sempre per la Facoltà. Nel 2009 (per interesse personale!) ho seguito un corso su Mac OS X organizzato dall’INFN di Catania. Da quando sono in Crusca (2010) collaboro a diversi progetti, lavoro alla redazione della consulenza linguistica e del sito web. Diciamo che questa riconosciuta “versatilità” è bastata per darmi la responsabilità della pagina Facebook e del canale YouTube ufficiali.

5. I social sono pieni di persone che credono di essere custodi della verità assoluta sugli argomenti più svariati. Forse voi siete tra le pochissime persone che potrebbero davvero definirsi tali, per la lingua italiana almeno. Ci avevate mai pensato? Come ci si sente ad avere una “responsabilità” così grande?

V: Io ci penso tutte le volte che twitto. E avere una responsabilità del genere è assieme molto affascinante (in fondo, sfruttiamo una fama pluricentenaria) e molto preoccupante: gli utenti non ci perdonano nemmeno la più piccola svista.

S: Come non pensarci! Mi sento un po’ come il guardiano del faro: sempre presente, sempre attenta che tutto vada bene. Deve essere sempre tutto sotto controllo: non sei tu, sei l’Accademia e quindi sei forte della sua autorevolezza e di quella dei suoi contenuti e appunto per questo non ti si perdona niente!

6. Cosa rispondete a chi vi domanda che lavoro fate? O meglio, qual è secondo voi la definizione di Social Media Manager?

VS: Premesso che non facciamo solo i SMM in Accademia, di certo questa sta diventando la parte più visibile del nostro lavoro. Potremmo dire che il SMM è una figura che si trova a fare da tramite tra l’ente (o l’azienda) e i suoi utenti, o clienti, o lettori, o fan, divulgando notizie sulla sua attività, offrendo piccoli assaggi della sua vita quotidiana, interagendo in maniera per quanto possibile “intelligente” e calma, senza reagire a eventuali provocazioni. Evitiamo in maniera quasi assoluta le discussioni politiche, le oscenità, gli insulti.

7. Che approccio utilizzate per gestire le pagine della Crusca? Piano editoriale deciso in anticipo, più spazio ai post spontanei o una via di mezzo?

V: Per me il piano editoriale è frutto soprattutto della mia esperienza personale di utente dei social; con il passare del tempo, si sono “sedimentate” delle abitudini, delle piccole routine, come twittare quasi ogni giorno il collegamento a una scheda di consulenza presente sul nostro sito, o gli #scattidicrusca, fotografie che documentano momenti della nostra vita in Accademia. Per il resto, il contenuto del profilo dipende molto anche dall'”ingaggio” dei lettori, che spesso ci offrono “ganci” interessanti.

S: La pagina Facebook è una vetrina delle attività, dei progetti e degli eventi dell’Accademia. I contenuti che pubblico riguardano l’attività di consulenza linguistica (ogni giorno una scheda su un dubbio linguistico), gli eventi (convegni, seminari, mostre, rassegna stampa), i progetti (banche dati, dizionari, portali), le pubblicazioni (nuove uscite, volumi in offerta). Inoltre, poiché l’Accademia ha sede nella bellissima Villa medicea di Castello e conserva tra l’altro una ricca collezione di oggetti d’arte, tra cui le famose “pale” (153 dipinti su tavola a forma di pala da fornaio, nei quali sono raffigurati gli emblemi degli accademici), nella pagina pubblico contenuti sulla villa e il giardino e ogni sabato la scheda di una pala (immagine e spiegazione). Ho organizzato tutti i contenuti in album di immagini che rispecchiano le sezioni del sito: La consulenza linguistica, L’Archivio, La Biblioteca, Attività e progetti, Eventi e notizie (agli eventi più importanti sono dedicati album specifici), La villa e il giardino, Le pale di Crusca, Rassegna stampa ecc. Naturalmente non mancano mai post estemporanei in cui la Crusca mostra il suo lato più “umano” (giovani tirocinanti all’opera, la torta preparata della bibliotecaria volontaria ecc.) , quelli suggeriti dagli utenti o proprio dedicati a loro (per esempio le foto dell’Accademia pubblicate su Foursquare).

8. Quante domande ricevete ogni giorno dagli utenti? E di queste, a quante riuscite a rispondere?

V: Su Twitter non sono tantissime, le domande dirette. Direi una media di cinque-otto domande fatte menzionando @accademiacrusca nel tweet. A quasi ogni domanda si riesce a dare facilmente risposta, o tramite le schede di consulenza del sito, che ho già menzionato, o tramite rimandi ad alcune fonti primarie presenti in rete, come ad esempio il DOP, Dizionario di Ortografia e Pronunzia (http://www.dizionario.rai.it/). Le questioni più complesse vengono inoltrate alla Redazione della Consulenza Linguistica.

S: Attraverso i “Messaggi” o la sezione “Post sulla pagina” ricevo da 10 a 20 domande a cui cerco di rispondere (finora sono riuscita sempre a rispondere a tutti!): se la risposta al dubbio è già nel sito dell’Accademia rimando alla scheda, oppure suggerisco altre risorse affidabili in rete (dizionari, banche dati ecc.) utili a chiarire il dubbio; se invece il quesito propone un nuovo argomento ancora da trattare, suggerisco di compilare il modulo “Poni un quesito” nel sito dell’Accademia (http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/poni-quesito).

9. Qual è il complimento più bello che avete ricevuto da un utente? E la critica peggiore?

V: Non saprei, per me i complimenti più cari sono quelli in cui le persone ci esprimono la loro gratitudine. Critiche ce ne sono sempre state e sempre ci saranno, non si può stare simpatici in modo universale… ma in generale, non mi faccio molto influenzare da chi ci critica. Spesso si nota una certa volontà di provocare un flame, una rissa verbale. A quel punto, la cosa più saggia è passare oltre.

S: È vero i ringraziamenti fanno sempre piacere (cuoricini compresi!), ben accette anche le critiche costruttive, le provocazioni? Siamo “ben tetragone ai colpi di ventura”!

10. Quanto siete favorevoli all’utilizzo di inglesismi quando esiste un corrispettivo perfetto anche in italiano (mi riferisco a termini come engagement, reach et similia)?

VS: La questione è molto più complessa di quanto si possa affrontare in un’intervista. La Crusca si è occupata ampiamente della questione (cfr. ad es. qui http://www.accademiadellacrusca.it/it/tema/lingua-inglese-universit) e ogni sintesi sarebbe riduttiva. Diciamo che l’optimum sarebbe di evitare l’abuso di anglismi, spesso impiegati solo per “darsi un tono”. Mentre in certi settori specifici, l’inglese ha senso di esistere per questioni di chiarezza, comprensibilità ecc.

11. Dulcis in fundo, vi prometto che è l’ultima: nell’era del selfie e dei dialoghi in 140 caratteri c’è ancora speranza per il congiuntivo e il periodo ipotetico?

VS: Premesso che nei selfie non c’è niente di male e che pensiamo che doversi esprimere in 140 caratteri possa essere un utile esercizio di sintesi, i social network non sono altro che uno specchio di una realtà (in questo caso linguistica) più ampia: se le persone sui social sbagliano congiuntivi o non costruiscono correttamente i periodi ipotetici è perché magari hanno delle lacune in generale. Ci sono molti manierismi tipici dei cosiddetti nuovi media (le abbreviazioni, le tachigrafie, le trascrizioni giocose di pronunce inglesi, ecc.) che hanno un senso in questo contesto comunicativo, e ovviamente sarebbero un errore se usate in altri contesti. Di per sé i social, secondo noi, non “rovinano” l’italiano. Sono solo un ulteriore ambito comunicativo che si aggiunge a tutti gli altri, creando, tra l’altro, nuovi spazi per nuovi usi del mezzo scritto.

Pubblicato il 10 settembre 2014 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Viralbeat alla Festa della Rete 2014 con inviati e panelist

logo fdr Viralbeat alla Festa della Rete 2014 con inviati e panelist

Una volta si chiamava BlogFest, quest’anno si è deciso giustamente di chiamarla Festa della Rete, visto che è la manifestazione più grande del panorama web italiano, che si svolge a Rimini con decine, ma che dico decine, centinaia, di speaker e incontri.

Il luogo ideale per ogni appassionato di Internet, per dare un volto ai nickname, ritrovare amici lontani e, soprattutto, approfondire la conoscenza delle materie digital, grazie ai numerosissimi momenti “didattici”: panel, barcamp, speech e chi più ne ha più ne metta, per tutti i gusti insomma.

Ovviamente noi di Viralbeat non potevamo mancare, con due “inviate speciali”, una mora e una bionda, che si occuperanno di scrivere, twittare, fotografare e prendere nota di tutto quello che riusciranno a vedere.

Oltre a loro, quest’anno parteciperemo anche attivamente a due panel:

Adam Arvidsson, coordinatore scientifico del nostro dipartimento di analisi, sarà protagonista dell’incontro dal titolo “La conoscenza distribuita e la restituzione di valore nei processi partecipativi“, insieme ad Andrea Crociani ed Emilio Martano. I tre saranno moderati da Mirko Pallera, che gestirà anche l’incontro/scontro “Rudy contro tutti: Quanto gli influencer influenzano davvero?“, a cui parteciperà il nostro Alessandro Caliandro, responsabile del nostro dipartimento di ricerche netnografiche, insieme a Matteo G.P. Flora e Rudy Bandiera.

Non mancate, ci vediamo a Rimini dal 12 al 14 settembre!

P.S. : Per informazioni, programma e registrazione (gratuita), potete consultare questo link.

Pubblicato il 18 agosto 2014 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Acura diventa il primo brand automotive a preferire il digital alla TV

Per lanciare sul mercato la Acura TLX, nuova berlina della divisione sportiva della Honda, verrà pianificata una campagna video utilizzando un budget mai stanziato prima dalla casa madre giapponese. La campagna, la prima da quando Acura è diventata un ramo indipendente, dovrebbe essere partita ieri, e diffonderà lo spot da un minuto (qui sotto), più delle pillole da 15 secondi.

La notizia, in effetti, non sarebbe così clamorosa se non fosse che, per la prima volta nella storia della promozione dei brand automobilistici, un terzo dell’investimento totale viene impiegato nella parte digital a discapito degli spot in TV. E gran parte del budget digital finirà su Facebook che, ricordiamo, ha da qualche mese implementato la piattaforma Premium per le campagne video.

Il digital e i social media sono molto più che piattaforme pubblicitarie, se vengono usati nel modo corretto e con gli obiettivi giusti: le potenzialità di profilazione sono infinitamente più grandi rispetto ai canali tradizionali e, diciamocelo, i costi per ora sono anche notevolmente inferiori (guardando certi listini, con quello che si spende per uno slot pubblicitario in prima serat si può fare una buona copertura digital per un mese o due).

acuratlx2015 Acura diventa il primo brand automotive a preferire il digital alla TV

In questo caso si vuole principalmente aumentare la brand awareness e definire il posizionamento sul mercato americano, dove Acura viene spesso ignorata dai potenziali acquirenti.

Per raggiungere questi due scopi, i video brevi della campagna saranno prodotti e studiati su misura per gli utenti a cui si rivolgono, coprendo (a quanto dicono da Acura) il 100% della “popolazione” di Facebook, quindi più di 1 miliardo di persone. Contemporaneamente i vari formati saranno diffusi su portali giganteschi del calibro di MSN e Yahoo. Il tutto finalizzato a dare la spinta iniziale alla viralizzazione di questi contenuti (cosa buona e giusta, anzi la cosa migliore da fare, come vi diciamo sempre anche noi).

La televisione non è esclusa del tutto, sarà ancora parte della pianificazione, perché – dice Ed Beadle, senior marketing manager per Acura – “E’ ancora presto per fare una campagna pubblicitaria senza usare la TV”, ma in modo chirurgico, se mi passate il termine, sul target di riferimento.

Si sono resi conto che c’è stato un cambiamento molto significativo nelle abitudini di fruizione dei contenuti e intendono agire di conseguenza, acquistando, spazi durante le partite di NFL, sui canali via cavo più seguiti e formati lunghi su piattaforme on-demand come Hulu. Il fatto che quest’ultima sia considerata tra i mezzi televisivi è indice di un altro grande cambiamento di mentalità.

Possiamo solo fare i complimenti per il traguardo storico alle agenzie coinvolte, Mullen per la creatività e MediaVest per la diffusione, e sperare che sempre più brand seguano la stessa strada di Acura.

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