Pubblicato il 26 marzo 2014 Articolo scritto da Luigi Ferrara

La nuova frontiera dello spot: l’anti-spot

La nuova frontiera dello spot: l'anti-spot

Molto simile all’anti-virale o meta-virale, l’anti-spot sta diventando un vero e proprio trend che dà ai creativi la possibilità di esprimersi senza prendersi troppo sul serio, ma contemporaneamente regala agli ascoltatori un punto di vista nuovo e qualcosa di diverso dalle solite pubblicità. Per questo è un genere che mi piace tantissimo. Ve ne faccio due esempi:

This is a Generic Brand Video, l’anti-spot per eccellenza

Avete presente tutti gli stereotipi che vediamo ogni giorno, ogni ora, ogni minuto nelle pubblicità? Ci si potrebbe scrivere (ed è già stato fatto più volte, sicuramente) un trattato di semiotica e di comunicazione. Ma prima di oggi non erano mai stati riassunti tutti in un video solo. This is a Generic Brand Video diventa il miglior spot possibile per Dissolve, un servizio di clip video stock, con il voice-over tratto da un articolo meraviglioso di Kendra Eash. Sarebbe stato ancora più perfetto con un commento sul voice-over, ma glielo possiamo perdonare. Se non avete molta dimestichezza con l’inglese o semplicemente non avete voglia di sforzarvi a tradurre, sotto il video trovate il testo in italiano.

Prima di tutto pensiamo a paroloni che siano sinonimi di progresso, poi c’è la ripresa di un treno ad alta velocità, scienziati che fanno varie cose più o meno attinenti a quello che facciamo noi.

Vedete questo tecnico di laboratorio con un baker in mano? Significa che facciamo ricerca! E infatti questa è un’immagine del DNA.

Ci sono un casino di persone al mondo, specialmente in India. Si vede che facciamo parte dell’economia globale?
Guardate questi agricoltori in Cina, però facciamo girare l’economia negli Stati Uniti, o almeno vogliamo farvelo credere.

Queste pale eoliche nell’Indiana sono bellissime, e questo tizio in tuta da meccanico con la faccia sporca? Bleah.

Inoltre, ci teniamo all’ambiente, più o meno. Ecco una ripresa della forza distruttiva dell’acqua, e della gente che pianta degli alberi. Le nostre politiche aziendali potrebbero riguardare queste vedute panoramiche della Costa Rica.

Il mondo che gira velocissimo, un filmato in stop motion di una città in notturna, e le automobili che vanno veloci vi fanno pensare a fare le cose in modo efficiente, e al tempo che passa.

Per non farvi credere che siamo un’entità senza volto, guardate il viso bellissimo di tutte queste persone: qualcuno parla e ride, e primi piani di persone che si passano un barattolo, una scena che evoca l’essere al servizio della comunità.

Uguaglianza, Innovazione, Onestà, Progresso, sono tutte parole che scegliamo da una lista: i nostri profitti ispirano tantissimo. Come questo tizio, che guarda in alto e indica un grattacielo, o un aquilone, mentre sorride e spiega qualcosa a suo figlio.

Usando una proporzione studiata tra persone asiatiche, di colore, donne, e uomini bianchi, vogliamo assicurarci di rappresentare nelle nostre pubblicità i vostri bisogni e interessi, o almeno una tonalità del vostro colore della pelle.

Ci mettiamo un bambino qui? Oppure un anziano di etnia particolare, che mostra le rughe sorridendo e rappresenta l’antica felicità e saggezza dell’essere poveri? Sì.

Gary Oldman e le chiacchiere della pubblicità

Quasi contemporaneamente è partita un’altra campagna basata su un anti-spot: è dell’agenzia Deutsch Los Angeles per HTC in America e ha come protagonista nientepopòdimenoche Gary Oldman. Colui che ci ha regalato interpretazioni magistrali (tra le tante) del Conte Dracula, il commissario Jim Gordon nella trilogia di Batman di Christopher Nolan e Sirius Black nella saga di Harry Potter, questa volta ci invita a cercare su internet e farci un’opinione, perché la pubblicità è fatta solamente di chiacchiere.

Pubblicato il 24 marzo 2014 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Content marketing e native advertising: illusione o rivoluzione?

Content marketing e native advertising: illusione o rivoluzione?

Il native advertising entra in gioco quando i fornitori di pubblicità iniziano (ci hanno messo solo qualche lustro) a capire che un banner che si espande all’improvviso al centro della pagina può infastidire un ignaro navigatore che magari voleva solo leggere una notizia, e si comincia a pensare seriamente all’utilizzo di formati meno invasivi.

Per native advertising si intende la presenza di contenuti pubblicitari dall’aspetto simile a quelli presenti solitamente nello spazio considerato: più o meno come quelli che una volta chiamavamo pubbliredazionali, contenuti sponsorizzati, sponsored post, e così via. Sono sempre esistiti, in realtà, forse si usavano solo in misura minore.

Poi è arrivato Twitter, si è quotato in borsa e ha aperto al pubblico la sua piattaforma advertising, che punta solo sul native. In questo modo è giunto sotto i riflettori un bel dilemma: restare ibridi o no? Facebook, ad esempio, ci fa promuovere i contenuti delle pagine nel modo meno invasivo possibile, ma allo stesso tempo ci riempie la colonna destra di banner. Però almeno ci avvisa.

Non si può sempre dire che giornali, riviste e magazine (sia online che offline) siano altrettanto trasparenti. Sono assolutamente favorevole al voler ottenere un ritorno economico, perché non stiamo parlando di enti benefici, ma quando un un articolo pubblicato su commissione non è facilmente distinguibile da uno spontaneo scatta la confusione, e allo stesso tempo si attiva un meccanismo di diffidenza preventiva verso questa o quell’altra fonte.

Allora l’obiettivo più importante si sposta dall’ottenere visibilità al conquistare (o mantenere) la fiducia degli utenti, che alla fine della fiera restano i destinatari di tutti i messaggi e fanno la differenza tra una campagna riuscita e un flop.

Le domande sono fondamentalmente due.

Quali mezzi usare?

Il native advertising sembrerebbe (per ora almeno) un ottimo compromesso, perché colma il gap tra i classici Paid Media, scalabili ma dall’efficacia in diminuzione, e gli Earned Media, che godono sempre di tanta fiducia ma non sono controllabili e non assicurano una copertura costante durante una campagna. Però non dobbiamo dimenticare che c’è contenuto e contenuto.

Quali contenuti diffondere?

La via che riterrei più corretta, ma contradditemi pure se non siete d’accordo, sarebbe modificare le narrazioni intorno al brand includendo meno autopromozione pura, che nella maggior parte dei casi ha pochissimi effetti, se non quello di allontanare l’utente. Mettere il brand un po’ meno in primo piano, quindi, e offrire qualcosa di utile. Non necessariamente emozionante, coinvolgente, sbalorditivo (o virale, se preferite), basterebbe che fosse utile per ottenere più coinvolgimento (vedi matrice all’inizio del post).

Conclusioni

In questo modo, forse, il nostro navigatore solitario si curerà meno dell’apparenza, della parolina “sponsorizzato” o del logo in basso a destra, e inizierà a considerare maggiormente la sostanza. Magari tornerà anche a trovarci per vedere se abbiamo qualche altra cosa interessante per lui. E forse anche la portata organica dei nostri contenuti potrebbe tornare ad aumentare, invece di essere stroncata sempre di più da fattori indipendenti dal nostro operato.

 

PS: Proprio stamattina, mentre mi accingevo a pubblicare il post, ho trovato una ricerca incoraggiante eseguita da Hexagram sullo stato del Native Advertising nel 2014: la maggior parte dei brand inizia a ragionare maggiormente in modo “native” e meno in modo “autocelebrativo”.

Sarebbe un’inversione di tendenza non da poco. Oppure pensate che l’azione di comunicare non necessariamente vista come un promuoversi, specialmente sui social, sia solo un’illusione?

Pubblicato il 12 febbraio 2014 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Statistiche incredibili sui Social Media nel 2013 [Infografica]

Come ogni anno, gli amici di Sparefoot ci regalano un’infografica sui social media, con i dati e le statistiche più sorprendenti dell’anno appena trascorso (sì, lo so, siamo a inizio febbraio, ma l’anno nuovo è iniziato da poco). Era importante dare il giusto rilievo a tutti i Social Network che sono emersi con prepotenza nel 2013, e continueranno probabilmente a scalare le classifiche di engagement nel corso di quest’anno (pensiamo a Snapchat o Vine, ad esempio). In più, ci sono dei dati sorprendenti sulle piattaforme più mainstream, se mi passate il termine esterofilo.

Sapevate, ad esempio, che il 30% del traffico assoluto proveniente dai social media viene da SlideShare? Se pensiamo a questo numerone, i 119 milioni di dollari sborsati da LinkedIn per acquisirlo non sembrano poi così tanti (Snapchat invece ha rifiutato offerte a nove zeri dai colossi Google e Facebook per poter restare indipendente).

Ancora, a quanto pare ci sarebbero più di 35 milioni di selfie postati su Instagram, e gli utenti di Pinterest spendono più del doppio in shopping online rispetto a quelli di Facebook. Zuckerberg però si può consolare, visto che quasi il 16% dei minuti trascorsi navigando in una giornata sono sul suo social network.

Google+ ci vuole sbalordire con 8 nuovi iscritti ogni secondo (in media, si capisce). Ci vogliamo credere? Non ci vogliamo credere? Quanto meno andrà considerato più seriamente in tutte le strategie future, visto anche che Big G lo sta “imponendo” un po’ ovunque sulle sue piattaforme proprietarie (e non possiamo biasimarlo: casa loro, regole loro).

C’è qualche dato che vi lascia perplessi? Qualche numero che ritenete esagerato o poco credibile? Come sempre, parliamone.

Statistiche incredibili sui Social Media nel 2013

 

Pubblicato il 27 dicembre 2013 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Trend di cui faremo volentieri a meno sui social nel 2014

Trend di cui faremo volentieri a meno sui social nel 2014

A fine anno si fanno sempre le liste di buoni propositi per il successivo. Io voglio provare a fare una lista al contrario: quante volte vi è capitato quest’anno di vedere un post sulla vostra timeline di Facebook o Twitter o qualche altro social network e pensare “Sì, ma per favore basta non ne posso più”?

Di seguito una raccolta (dove si intende solo alcuni tra le centinaia) di trend che proprio mi farebbe piacere non rivedere più il prossimo anno. In ordine casuale:

Selfie

E’ entrata come parola ufficiale del 2013 nel dizionario inglese, ma è soprattutto entrata nelle nostre vite più o meno come un carrarmato in un negozio di ceramica: fracassando tutto il fracassabile.

Trend di cui faremo volentieri a meno sui social nel 2014

Bitstrips

Sono tornate alla ribalta le “simpatiche” vignettine in cui ognuno può creare il suo avatar in versione fumetto e compiere varie azioni, dalle più normali alle più assurde, insieme agli avatar dei propri amici. Però ecco, trovarmi la TL intasata di fumetti che fanno cose inutili e/o didascalie che non c’entrano niente con la descrizione della vignetta, alla lunga, può stancare.

Trend di cui faremo volentieri a meno sui social nel 2014

Foto di piedi/gambe

In spiaggia o in metropolitana, sul divano o nella vasca da bagno, sembra che le persone non facciano altro che fotografarsi gambe e piedi per poi postare le immagini sui social. Di nuovo, ci vuole moderazione, anche perché poi arrivano i geni e vi mettono i wurstel al posto delle gambe ottenendo lo stesso effetto.

Trend di cui faremo volentieri a meno sui social nel 2014

L’Harlem Shake

Avete cavalcato il tormentone virale finché era un tormentone, e per carità avete fatto benissimo. Però, l’hanno fatto anche con Furby ormai, l’hanno usato negli spot televisivi, praticamente ovunque. Forse ha fatto il suo corso ed è il momento di metterlo da parte.

Gli hashtag utilizzati a caso

Per questa non serve spiegazione: #a #voi #farebbe #piacere #continuare #a #leggere #frasi #così?

Trend di cui faremo volentieri a meno sui social nel 2014

FATE GIRARE!!!

Gli appelli disperati (oltre che sgrammaticati) per diffondere false notizie e disinformare i meno “immunizzati” sono molto dannosi per tutti, specialmente quando abboccano anche i giornali. Ricordate, le bufale sono buone per fare le mozzarelle, non per l’informazione.

Trend di cui faremo volentieri a meno sui social nel 2014

Tutto quello che fa Miley Cyrus

Siamo partiti dalla lingua perennemente esposta, passati per i martelli utilizzati come lecca lecca e siamo arrivati al twerking: agitare il fondoschiena a ritmo di musica. Quando Jimmy Kimmel arriva a farne una parodia, significa che è diventato troppo mainstream per essere utile a qualcosa di pratico.

Gli sciacalli e le polemiche sterili

Concludendo, mi piacerebbe non vedere più sciacallaggi e polemiche fini a se stesse che vengono spacciate per azioni intelligenti: qualunque cosa possa fare notizia, e quindi traffico (dall’errore comunicativo alla catastrofe ambientale, dalla bravata del calciatore alla foto hot della soubrettina di turno), viene sfruttata, criticata e messa in mostra in tutti i modi possibili e immaginabili, tranne di solito quello corretto. Se proprio non potete evitare, almeno cercate di analizzare e dare un’interpretazione, in modo da offrire qualcosa di utile al pubblico.

Sono sicuro di averne lasciate fuori tante, tantissime, ma potete sempre aggiungerle voi nei commenti. Accomodatevi.

Pubblicato il 24 dicembre 2013 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Buon Natale e buon 2014!

Arriva un altro Natale e quindi se ne va un altro anno, un 2013 che ci ha portato tanti cambiamenti: traslochi, matrimoni, nuovi clienti e nuovi membri del team.
A tutti quanti, a chi già ci legge e a chi non ci ha ancora conosciuti, auguriamo uno splendido Natale e un ottimo inizio d’anno.

Buon Natale e buon 2014!

Restate con noi, grazie!

Lo staff di Viralbeat al completo

Pubblicato il 18 dicembre 2013 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Il Master in Digital Methods and Digital Culture, per imparare tutti i segreti dell’analisi dei dati

Il Master in Digital Methods and Digital Culture, per imparare tutti i segreti dell'analisi dei dati

Ogni giorno vengono condivise un miliardo di informazioni su Facebook. Sempre ogni giorno, su Twitter vengono postati più di 500 milioni di tweet. La cosa bellissima è che tutte queste informazioni (non proprio, quasi tutte) sono disponibili pubblicamente e consultabili da tutti, quindi possono anche essere analizzate. Cosa che, in realtà, già fanno aziende, ricercatori e Governi.

Per imparare a sfruttare al massimo le grandissime potenzialità offerte da questa enorme mole di dati l’Università di Milano, in collaborazione con molte realtà (tra cui Viralbeat, Centro Studi Etnografia Digitale e Ninja Academy), ha organizzato un Master di Primo Livello in Digital Methods and Digital Culture.

Dalla prima metà di marzo a novembre 2014 un team formato da docenti del Dipartimento di informatica, politica e scienze sociali, insieme a stimati professionisti e studiosi di fama internazionale svilupperà un percorso pratico e basato su esperienze e ricerche reali, con l’aggiunta di seminari e lezioni su vari aspetti della cultura digitale: economia, politica, estetica, ecc.

La prima parte del Master fornirà ai partecipanti le conoscenze di base per poi proiettarli sullo svolgimento di analisi vere e proprie, utilizzando metodi sia quantitativi che qualitativi su dati provenienti da blog e social network.
Nella seconda parte invece ci sarà spazio per le ricerche personali (che verranno poi finalizzate e raccolte in App) e ogni partecipante avrà la possibilità di svolgere un tirocinio di 7 settimane per mettere in pratica le conoscenze acquisite in aziende, centri di ricerca e ONG (alcuni fortunati potranno svolgerlo nella nostra sede di Milano) che operano in campi come big data, metodi digitali, etnografia digitale, hacking, cultura digitale e marketing.

Le iscrizioni sono già aperte e chiudono il 3 febbraio 2014, mentre le selezioni si svolgeranno nelle settimane successive.
Per maggiori informazioni su contatti, numeri utili e iscrizione potete visitare la pagina del Master sul sito dell’Università di Milano.

Pubblicato il 13 dicembre 2013 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Utilizzare la geolocalizzazione dei contenuti per prevedere la distribuzione dei trend virali

Utilizzare la geolocalizzazione dei contenuti per prevedere la distribuzione dei trend virali Il futuro del targeting per la pianificazione di campagne digital si dirige senza dubbio verso le analisi predittive dei dati. Le previsioni si basano su comportamenti dei consumatori, contesto e applicazioni degli strumenti di analisi. Strumenti che, sebbene da un lato possano potenzialmente aiutare moltissimo i marketer, dall’altro lato sono molto costosi e richiedono una mole enorme di dati (i famosi Big Data) che non sempre è disponibile, senza contare la potenza di calcolo spaventosa. Tutti questi elementi li rendono difficilmente accessibili se non ci chiamiamo Google (sono sicuro che avevate subito pensato a Google Trend, ma non stiamo parlando proprio della stessa cosa). Partiamo però dall’idea che sia possibile ridurre in scala l’analisi e sfruttare le potenzialità dei contenuti condivisi spontaneamente dagli utenti per prevedere trend e fenomeni virali del futuro (più o meno prossimo). I nostri partner del Centro Studi Etnografia Digitale, insieme ai ricercatori dell’università di Siena hanno trovato la soluzione in un tool accessibile a tutti, proprio perché analizza dei dati che sono lì e quasi aspettano di essere analizzati. Da parte nostra ci siamo subito interessati, perché le potenzialità a livello di raccolta di insight sul pubblico di riferimento sarebbero davvero immense. Come primo esperimento hanno pensato bene di analizzare il fenomeno virale per eccellenza: l’influenza.

Il metodo

Il progetto aveva come scopo quello di evidenziare le potenzialità dei famigerati UGC nell’individuazione di aree più sensibili di altre, in una misura tale che possano essere coinvolte o interessate per prime da un determinato fenomeno. Nel caso specifico si trattava dei sintomi influenzali anticipati dagli utenti, ma l’analisi è potenzialmente applicabile a qualunque oggetto, a patto che ci sia una quantità sufficiente di contenuti. Il primo passo è stato scaricare, attraverso un software completamente fatto in casa dal Laboratorio Ladest dell’Università di Siena, ben 5000 tweet contenenti le parole influenza, febbre, tosse, raffreddore pubblicati tra agosto e novembre 2013. Successivamente su questi contenuti sono state svolte tre analisi: 1) Conteggio dei tweet divisi per area geografica di provenienza e per momento di invio 2) Monitoring dei picchi statistici 3) Analisi qualitativa dei tweet inviati nei momenti corrispondenti ai picchi

Risultati

A parte le analisi quantitative, che possono essere svolte con diverse tecnologie già presenti sul mercato (che si tratti di Big data o meno), il punto più interessante è proprio il dato qualitativo: la maggior parte dei tweet riguardanti i sintomi influenzali veri e propri sono stati inviati in corrispondenza dei picchi di frequenza. Viene da chiedersi se a questo punto un’analisi del genere possa essere applicata per predire i trend futuri. Utilizzare la geolocalizzazione dei contenuti per prevedere la distribuzione dei trend virali Generalizzando il discorso per fare degli esempi, si potrebbe aggiungere la variabile geolocalizzazione incrociando gli hashtag con l’area da cui provengono e verificare se un trend è associato/associabile ad altri fenomeni, oppure aggiungere addirittura il sentiment, utile a comprendere se il trend è più o meno forte in alcune zone piuttosto che in altre. Quello che ci interessa ovviamente non è il dato numerico individuale, ma il vantaggio di poter utilizzare gli utenti come “sensori” per monitorare i trend in tempo reale, o addirittura prevederli, semplicemente seguendo il medium che utilizzano senza ricorrere a sofisticati e costosissimi software di analisi dei Big Data (dove in realtà, i Big Data non ci sono affatto). Siamo come sempre interessati alle vostre opinioni e le critiche (costruttive, si capisce) sono ben accette.

Pubblicato il 11 dicembre 2013 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Facebook ammette che tutti devono pagare, ma non è una tragedia

Facebook ammette che prima o poi tutti devono pagare, non è una tragediaProbabilmente molti se n’erano accorti anche senza l’annuncio ufficiale sul blog di Facebook for Business, la visibilità dei post delle pagine Facebook è in caduta libera.

All’inizio si dà sempre la colpa agli algoritmi fantasiosi, al famigerato EdgeRank e alle modifiche continue e incessanti, ma la verità (piuttosto condivisibile, a dirla tutta) è che, al netto di tutti i difetti che vogliamo trovare alla piattaforma, probabilmente il problema è proprio di sovraffollamento.

Gli utenti attivi stanno diventando troppi e il newsfeed attuale, costruito su una sola colonna, proprio non ce la fa a mostrare più post di così, e la “competizione” per ottenere quello spazietto in cui viene mostrata la news aumenta sempre di più. Se aggiungiamo il fatto che i filtri intelligenti talvolta così intelligenti non sembrano, otteniamo dei notevoli cali a livello di risultati.

Qualcuno, per ovviare al problema della portata quasi dimezzata, ha pensato di pubblicare il doppio dei post, ma ha finito soltanto per peggiorare la situazione. Prima di tutto perché le formule non sono così elementari, e poi perché l’oversharing non fa altro che saturare ancora di più questo “mercato della visibilità” che sono i newsfeed degli utenti, aumentando di fatto anche i costi. (Com’era quella cosa che se non paghi per utilizzare un prodotto, in realtà il prodotto sei tu? Ve la ricordate?)

A dare il colpo di grazia ci ha pensato Facebook stesso, quando ha consigliato pubblicamente di acquistare inserzioni per aumentare la visibilità dei post della propria pagina. Scandalo! Eresia! E invece no. Sapevamo tutti che sarebbe successo, prima o poi. Facebook non è un’associazione umanitaria, è una multinazionale quotata in borsa che deve generare profitto.

Allo stato attuale può incassare solamente sulle spalle degli inserzionisti, che a loro volta possono solo farsi furbi. La situazione è quella che è, in casa loro dobbiamo sottostare alle loro regole. A meno di clamorosi cali di investimenti nel primo trimestre 2014 (tutt’altro che probabili, a mio avviso), possiamo solo adeguarci e continuare a puntare, oggi più che mai, sulla santissima trinità della content strategy: qualità, qualità, qualità (intesa come offrire un qualcosa di utile a chi legge, niente gattini, ndr).

E utilizzare in modo intelligente l’investimento in advertising, per amplificare la portata dei post e rivolgerli a chi (potenzialmente, si capisce) potrebbe davvero apprezzarli, senza sparare nel mucchio e senza comprare semplici visualizzazioni di una foto.

Pubblicato il 4 dicembre 2013 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Potremmo aver perso Topsy, ma non disperiamo: ci sono tanti tool di monitoring alternativi

Tool di monitoring alternativi a Topsy

Topsy è entrato di diritto tra i tool amici del social media manager, essendo uno dei pochissimi (davvero, forse siamo nell’ordine di una decina) servizi di monitoring a poter accedere all’archivio completo dei tweet dal 2006 a oggi. Le stesse API di Twitter, ad esempio, consentono di andare indietro non più di 7 giorni.

Confesso che lunedì sera, dopo aver letto la notizia dell’acquisizione di Topsy da parte di Apple mi ero un po’ preoccupato. Non è chiaro cosa vogliano farne e quali siano gli obiettivi reali: rendere Siri ancora più intelligente con la ricerca e i consigli in tempo reale basati sui dati di Twitter? Vorranno “solo” passare i dati analizzati alle divisoni R&D dei partner? Oppure vogliono solo usarlo per il monitoring delle conversazioni sui loro prodotti? Di certo c’è solo che la spesa è stata importante, 200 milioni di dollari non sono esattamente spiccioli.

Ma soprattutto, conoscendo l’atteggiamento del colosso di Cupertino sugli elementi proprietari, che succederebbe se ne offrissero la fruizione solamente in versione premium? Chi ne avrà bisogno sul serio dovrà necessariamente mettere mano alla tasca e rassegnarsi, come accade spesso quando parliamo dell’universo della mela morsicata. Dopo il momento di sbandamento, però, ci ho riflettuto un attimo, e mi sono detto: non ci fasciamo la testa prima di romperla.

Nell’eventualità (non così scontata, in realtà) di perdere l’amico Topsy, per le analisi su periodi più lunghi si possono sempre usare le analisi netnografiche (sulle quali vi abbiamo ampiamente istruiti), il peggio che potrà capitare sarà proprio la settimana che si può coprire con vari altri tool.

Ve ne presento di seguito qualcuno che consente di fare più o meno le stesse analisi di Topsy, a volte addirittura con output migliori (altre volte, basta integrare i risultati dell’uno e dell’altro). Qualcuno magari lo conoscete già, ma sono sicuro che qualche altro vi sorprenderà.

Tweetreach

Inserite un nome utente o un hashtag, e Tweetreach vi fornisce un report sul numero di utenti unici raggiunti, il numero di impression, il grafico dell’attività negli ultimi 7 giorni, l’elenco dei tweet e degli utenti che hanno twittato, e dulcis in fundo la top 3 dei più diffusi/retwittati.

Tool di monitoring alternativi a Topsy

Hshtags

Dopo una breve registrazione, Hshtags vi chiede soltanto di digitare quello che volete cercare, trova tutti i contenuti che riesce e ve li presenta con un layout molto visual. Molto interessante la possibilità di filtrare il tutto per tipo di contenuto (testo, immagine o video) o per piattaforma (sono coperte Facebook, Instagram, Twitter, Flickr, Youtube, Tumblr, Vimeo).

Tool di monitoring alternativi a Topsy

Twitonomy

Il  completissimo Twitonomy analizza con output belli da vedere tweet, retweet, risposte, mention, hashtag, e chi più ne ha più ne metta. Senza contare che vi permette di scaricare liste, ricerche, elenchi di tweet e quant’altro.
Tool di monitoring alternativi a Topsy

Tagboard

Con Tagboard non solo potete monitorare un hashtag, ma addirittura creare delle vere e proprie board (simili a quelle di Pinterest, per capirci) personalizzate, con la possibilità di moderare, curare, embeddare e tracciare tutto (anche in tempo reale per alcuni piani). La versione basic è molto essenziale, ma i piani commerciali sono abbastanza accessibili.
Tool di monitoring alternativi a Topsy

Ricerca di Google

Forse non tutti sanno che anche con la ricerca di Google si possono cercare i contenuti condivisi sui social network. Se un post è indicizzabile, Google l’ha visto e sa dov’è! E’ sufficiente cercare da Google.com e aggiungere dopo la parola chiave “site:twitter.com” se volete cercare su Twitter. Chiaramente basta cambiare la url per restringere il campo di ricerca a qualunque sito.
Tool di monitoring alternativi a Topsy

PS: Il logo all’inizio del post non è vero, ovviamente, mi sono divertito a immaginarlo io.

Pubblicato il 20 settembre 2013 Articolo scritto da admin

Corso online in Digital PR di Ninja Academy: 10% di sconto ai nostri lettori

Corso-in-Digital-PR-Giovanna-Montera

Analizzare il percepito degli utenti rispetto ad un prodotto/brand ci consente di comprendere quali sono le motivazioni profonde, di natura commerciale e culturale, che sottendono alle scelte di acquisto. Sfruttando questi potentissimi insight possiamo poi migliorare i nostri prodotti/servizi e le nostre attività di marketing e comunicazione perché rispondano ai desideri dei nostri clienti.

Per questo conoscere il consumatore e relazionarsi ad esso in maniera trasparente e proattiva, cercando di soddisfare le sue esigenze e richieste, dovrebbe essere sempre tra le priorità di un piano di marketing.

Il marketing relazionale serve proprio a questo: non è il consumatore che deve adattarsi alla vision aziendale ma l’esatto opposto.

Siccome l’utilizzo di Internet come mezzo di comunicazione ha rivoluzionato tutti i canoni del marketing, i media più efficaci sono diventati gli Earned (acquisiti, guadagnati come la fiducia) e le PR tradizionali si sono estese al web diventando Digital PR: parliamo di social media, blog, forum, siti e portali esterni, chiaramente non di proprietà dell’azienda.

Il corso ha l’obiettivo di conferire ai partecipanti competenze sulle attività che consentono di entrare in contatto diretto con utenti e influencer della rete.

Per la docenza del corso i Ninja si sono rivolti a noi di Viralbeat, tra le prime agenzie in Italia a occuparsi di Digital PR.

Programma

  • Le basi del Marketing Relazionale
  • Il potere del passaparola: WOMM e propagazione virale
  • Come si genera il passaparola? Il Buzz Seeding e la Blog Relation per coinvolgere gli influencer
  • Seeding Strategy: saper impiantare i semi delle conversazioni
  • Intercettare le Community e i potenziali Brand Ambassador
  • Piattaforme di ricerca e analisi degli influencer: Klout, Peerindex, Kred
  • Influencer detection e tipologie di Blog
  • Creare i contenuti: messaggi chiave e email-pitch
  • Buzz Kit: fisico e digitale
  • Give-away, Blog Sponsored Post, Product test, Blogger Day, Blog Trip
  • Metriche di misurazione: quantitative, qualitative, continuative
  • Crisis management: correggere le opinion negative o ri-attivare una campagna che non decolla.

Vantaggi del Corso Online

  • 10 ore di corso live comodamente da casa o dall’ufficio
  • Nessuno spostamento né viaggio da intraprendere
  • Un costo decisamente inferiore e più vantaggioso rispetto ai corsi in aula
  • Question Time in diretta per esporre dubbi e domande e interagire con la docente
  • Accesso alla piattaforma e-learning per rivedere i contenuti on-demand
  • Attestato di partecipazione

Il costo per l’iscrizione è di 199€ fino al 14 ottobre, 249€ dopo il 14 ottobre.

Ma siccome vi vogliamo bene, offriamo ai nostri lettori un ulteriore sconto del 10% se si iscrivono da questo link.

Per qualsiasi dubbio o chiarimento potete scrivere a info[@]ninjacademy.it o telefonare allo 02 40042554 o al 346 4278490.

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