Pubblicato il 10 settembre 2014 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Viralbeat alla Festa della Rete 2014 con inviati e panelist

logo fdr Viralbeat alla Festa della Rete 2014 con inviati e panelist

Una volta si chiamava BlogFest, quest’anno si è deciso giustamente di chiamarla Festa della Rete, visto che è la manifestazione più grande del panorama web italiano, che si svolge a Rimini con decine, ma che dico decine, centinaia, di speaker e incontri.

Il luogo ideale per ogni appassionato di Internet, per dare un volto ai nickname, ritrovare amici lontani e, soprattutto, approfondire la conoscenza delle materie digital, grazie ai numerosissimi momenti “didattici”: panel, barcamp, speech e chi più ne ha più ne metta, per tutti i gusti insomma.

Ovviamente noi di Viralbeat non potevamo mancare, con due “inviate speciali”, una mora e una bionda, che si occuperanno di scrivere, twittare, fotografare e prendere nota di tutto quello che riusciranno a vedere.

Oltre a loro, quest’anno parteciperemo anche attivamente a due panel:

Adam Arvidsson, coordinatore scientifico del nostro dipartimento di analisi, sarà protagonista dell’incontro dal titolo “La conoscenza distribuita e la restituzione di valore nei processi partecipativi“, insieme ad Andrea Crociani ed Emilio Martano. I tre saranno moderati da Mirko Pallera, che gestirà anche l’incontro/scontro “Rudy contro tutti: Quanto gli influencer influenzano davvero?“, a cui parteciperà il nostro Alessandro Caliandro, responsabile del nostro dipartimento di ricerche netnografiche, insieme a Matteo G.P. Flora e Rudy Bandiera.

Non mancate, ci vediamo a Rimini dal 12 al 14 settembre!

P.S. : Per informazioni, programma e registrazione (gratuita), potete consultare questo link.

Pubblicato il 18 agosto 2014 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Acura diventa il primo brand automotive a preferire il digital alla TV

Per lanciare sul mercato la Acura TLX, nuova berlina della divisione sportiva della Honda, verrà pianificata una campagna video utilizzando un budget mai stanziato prima dalla casa madre giapponese. La campagna, la prima da quando Acura è diventata un ramo indipendente, dovrebbe essere partita ieri, e diffonderà lo spot da un minuto (qui sotto), più delle pillole da 15 secondi.

La notizia, in effetti, non sarebbe così clamorosa se non fosse che, per la prima volta nella storia della promozione dei brand automobilistici, un terzo dell’investimento totale viene impiegato nella parte digital a discapito degli spot in TV. E gran parte del budget digital finirà su Facebook che, ricordiamo, ha da qualche mese implementato la piattaforma Premium per le campagne video.

Il digital e i social media sono molto più che piattaforme pubblicitarie, se vengono usati nel modo corretto e con gli obiettivi giusti: le potenzialità di profilazione sono infinitamente più grandi rispetto ai canali tradizionali e, diciamocelo, i costi per ora sono anche notevolmente inferiori (guardando certi listini, con quello che si spende per uno slot pubblicitario in prima serat si può fare una buona copertura digital per un mese o due).

acuratlx2015 Acura diventa il primo brand automotive a preferire il digital alla TV

In questo caso si vuole principalmente aumentare la brand awareness e definire il posizionamento sul mercato americano, dove Acura viene spesso ignorata dai potenziali acquirenti.

Per raggiungere questi due scopi, i video brevi della campagna saranno prodotti e studiati su misura per gli utenti a cui si rivolgono, coprendo (a quanto dicono da Acura) il 100% della “popolazione” di Facebook, quindi più di 1 miliardo di persone. Contemporaneamente i vari formati saranno diffusi su portali giganteschi del calibro di MSN e Yahoo. Il tutto finalizzato a dare la spinta iniziale alla viralizzazione di questi contenuti (cosa buona e giusta, anzi la cosa migliore da fare, come vi diciamo sempre anche noi).

La televisione non è esclusa del tutto, sarà ancora parte della pianificazione, perché – dice Ed Beadle, senior marketing manager per Acura – “E’ ancora presto per fare una campagna pubblicitaria senza usare la TV”, ma in modo chirurgico, se mi passate il termine, sul target di riferimento.

Si sono resi conto che c’è stato un cambiamento molto significativo nelle abitudini di fruizione dei contenuti e intendono agire di conseguenza, acquistando, spazi durante le partite di NFL, sui canali via cavo più seguiti e formati lunghi su piattaforme on-demand come Hulu. Il fatto che quest’ultima sia considerata tra i mezzi televisivi è indice di un altro grande cambiamento di mentalità.

Possiamo solo fare i complimenti per il traguardo storico alle agenzie coinvolte, Mullen per la creatività e MediaVest per la diffusione, e sperare che sempre più brand seguano la stessa strada di Acura.

Pubblicato il 25 luglio 2014 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Come comportarsi con i commenti negativi?

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Nel post della scorsa settimana abbiamo stabilito che è assolutamente normale che i brand vengano giudicati in ogni momento, così come è normalissimo che alcuni di questi giudizi possano essere negativi.

A dirla tutta, le opinioni negative non sono assolutamente un problema, ma indice del fatto che il brand sia rilevante anche per chi non è d’accordo con quello che dice. La maggior parte delle volte i commenti negativi addirittura aiutano a trasmettere un’immagine più autentica: ad esempio, non vi viene più naturale diffidare di quei ristoranti o alberghi senza alcuna ombra di recensioni negative?

Il problema è come comportarsi quando qualcuno parla male del brand, per trasformare la potenziale minaccia in opportunità: diventa fondamentale, come diciamo spesso, ascoltare. Ma non è sufficiente ascoltare, bisogna anche capire e saper rispondere, perché alla fine della fiera quello che fa davvero la differenza è l’atteggiamento nei confronti di chi non è d’accordo. Rispondere bene, infatti, può trasformare un cliente (o prospect) scontento in fermo sostenitore della vostra causa, a volte addirittura brand ambassador.

Come si comportano, allora, i brand con le critiche negative, per quanto costruttive possano essere? La domanda mi è venuta in mente qualche giorno fa, leggendo l’ennesimo post sulla pagina social di un’azienda sfociato in una serie di critiche. Non serve nominare il brand, sono sicuro che nel momento in cui leggerete questo post ve ne verrà in mente qualcuno “caldo caldo”.

A volte viene quasi il dubbio che qualcuno promuova contenuti facilmente equivocabili apposta per farsi insultare, con l’unico obiettivo di far parlare del brand, farlo conoscere o aumentare i valori di engagement della pagina.

Sono andato a cercare in Rete per capire quali sono le pratiche più comuni per rispondere ai post al veleno, e ho trovato alcune pratiche ricorrenti. Ovviamente ci sono tanti ibridi, ma i filoni fondamentali sono questi:

C’è chi cancella tutti i commenti negativi, e sbaglia a prescindere. Sebbene sia cosa buona eliminare o ignorare chi non aggiunge nulla alla conversazione o fa polemica per il solo gusto di farlo, talvolta critiche e feedback negativi sono assolutamente giustificati, e vanno pertanto presi in considerazione.

La via più soddisfacente per il community manager sarebbe senz’altro quella di mandare indietro l’ingiuria con una bella risposta sarcastica, ma probabilmente non tutti possono farlo senza sollevare un polverone o addirittura essere licenziati. La variante ancora più sconveniente, cioè insultare in malo modo chiunque dica una cosa non gradita, è sconsigliatissima ma (purtroppo) non così rara.

L’approccio più diffuso, infine, è quello da pacificatore: rispondere (possibilmente in fretta) e cercare di capire qual è il problema per poi risolverlo, comunica disponibilità e apertura alla conversazione e al dialogo da parte del brand. Bisogna sempre fare attenzione, però, perché il troll è sempre dietro l’angolo.

Non posso dirvi qual è la strategia migliore, perché ci sono troppe variabili in gioco, e a un certo punto potrebbero essere valide tutte o nessuna, bisognerebbe analizzare caso per caso. Un consiglio però posso darvelo: quando c’è l’errore da parte del brand, è inutile, addirittura controproduttivo, cercare di scrollarsi di dosso la colpa.

Sbagliare è normalissimo, ma chiedere scusa e rimediare a un commento negativo (e quindi rendere meno ostile un utente ostile) non ha prezzo. E poi se l’utente resta tanto colpito dalla vostra efficienza e diventa brand ambassador, tanto meglio per voi, no?

Pubblicato il 18 luglio 2014 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Le opinioni polarizzate nel sentiment sono l’evoluzione del “purché se ne parli”. Come sfruttarle a proprio vantaggio?

Domanda retorica: è possibile che un brand o un prodotto possa mettere d’accordo tutti?

Ovviamente non è possibile. A volte non ci si può proprio fare niente, se non rallegrarsi di avere un brand che riesce a polarizzare le emozioni dei navigatori del web. Forse è questa l’evoluzione del non più attuale “purché se ne parli”, il riuscire a far associare al proprio brand un sentimento (e quindi un sentiment) positivo o negativo, basta non lasciare indifferente chi ascolta.

Una ricerca di BrandIndex ha raccolto feedback sui maggiori brand internazionali e, dopo aver scartato quelli con valori medi, ha pubblicato la classifica dei più e meno polarizzanti (per polarizzante si intende una forte presenza sia di sentiment positivo che negativo).

E’ interessante comprenderla bene, perché più un brand polarizza le emozioni, più rischia di essere bersagliato (o elogiato) anche quando se ne sta in disparte senza dire niente, dunque ottiene quasi in automatico un maggiore buzz. L’altra faccia della medaglia è che, quando si ha un pubblico molto orientato verso il negativo, è più difficile far cambiare idea a chi non acquisterebbe il prodotto per accrescere il proprio bacino di pubblico.

L’obiettivo sarebbe raggiungere il livello di polarizzazione di Amazon, che pur raggiungendo uno spaventoso 56% in commenti positivi ha solo il 3% di utenti con feedback negativi. E come si fa, direte voi? Offrendo i prodotti e il livello di servizio di Amazon è facile… ma un brand “normale” come fa?

brand polarizzati Le opinioni polarizzate nel sentiment sono levoluzione del purché se ne parli. Come sfruttarle a proprio vantaggio?

Dopo un’analisi di brand reputation si riesce a inquadrare abbastanza bene il sentiment, e si può anche capire il profilo medio dell’utente che ha espresso emozioni negative, per tentare di comprendere il motivo della sua insoddisfazione e trasformarla in una valutazione positiva.

Nella prossima puntata vedremo i metodi di affrontare i commenti negativi più diffusi tra i brand che fanno più conversazione, restate in ascolto!

Pubblicato il 30 maggio 2014 Articolo scritto da Luigi Ferrara

La Birra nel piatto: i blogger a scuola di cucina con Warsteiner

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La birra, come molte buone forchette sapranno, non è buona solo da bere, ma anche per cucinare. Questo era il punto di partenza dei corsi di cucina organizzati da ConGusto in collaborazione con Warsteiner Italia.

La scorsa settimana (più precisamente il 20 maggio) gli “allievi” dello chef Domenico della Salandra del Ristorante Taglio di Milano erano blogger di cucina e lifestyle. A noi, che abbiamo il piacere di poter annoverare Warsteiner tra i nostri clienti, era stato affidato il compito di selezionare i blogger partecipanti.

I fortunati hanno avuto la possibilità di cimentarsi in quella che sembrava la puntata di un talent show di cucina: dopo essere stati condotti dagli chef a “fare la spesa” nella sala apposita, sono stati divisi in tre gruppi, ognuno dei quali si è poi occupato della preparazione di un piatto.

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Il comune denominatore era, ovviamente, la presenza della birra Warsteiner nella preparazione delle ricette. Purtroppo le foto non contengono il sapore, ma vi assicuriamo che era tutto buonissimo, lo dimostrano le espressioni soddisfatte della foto di gruppo!

L’album con tutte le foto dell’evento è pubblicato sulla pagina di Warsteiner Italia

Caponata di stagione con riduzione di birra König Ludwig Weissbier

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Gnocchetti ripieni di patate su vellutata di birra König Ludwig Dunkel, asparagi e burrata

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Crumble alle mandorle , caramello salato e cioccolato bianco

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Il gruppo al completo: blogger, chef, brand manager di Warsteiner per l’Italia e Social Media Manager

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Pubblicato il 29 maggio 2014 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Lavora con noi: Viralbeat cerca Community Manager

vb logo pos 550 Lavora con noi: Viralbeat cerca Community Manager

Il settore della comunicazione digital è sempre in movimento: le piattaforme cambiano in continuazione, i ruoli nelle agenzie evolvono, le persone (e i clienti) vanno e vengono, e così via…

Qualcosa si muove anche in Viralbeat Italia: ecco perché cerchiamo Community Manager per la nostra sede di Salerno, con i seguenti requisiti:

– Formazione in area umanistica o comunicazione/marketing
– Buona comprensione del web e delle dinamiche di interazione tra utenti e spazi (in particolare usabilità e user experience)
– Conoscenza dei principali social network e delle dinamiche interattive tipiche dell’universo dei forum
– Capacità di comprensione ed elaborazione (anche visuale) di serie di dati
– Disponibilità a lavorare su turni
– Gradita capacità di web copywriting

Se pensate di essere la figura che cerchiamo, potete inviare il vostro CV ad andrea.vecchione[at]viralbeat.com .

Il tipo di collaborazione, la durata e il compenso saranno da concordare.

Accorrete numerosi, aspettiamo le vostre candidature!

Pubblicato il 21 maggio 2014 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Quali topic generano più engagement su Facebook e Twitter?

Tutti i contenuti che condividiamo, sia con i nostri profili personali che con le pagine che gestiamo, hanno sempre il fine ultimo di cogliere nel segno e “scatenare” il maggior numero possibile di reazioni o interazioni.

È normale, però, che postare lo stesso identico contenuto su diverse piattaforme non renda allo stesso modo, perché chiaramente l’esperienza di utilizzo, e aggiungerei anche il pubblico disponibile, sono differenti.

Allo stesso tempo, pur volendo seguire una logica nella scelta degli argomenti dei post sui diversi social, non è mai semplice prevederne l’impatto. Perciò sarei stato molto curioso di sapere quali argomenti rendono di più in termini di engagement sui vari canali disponibili.

Almeno per Facebook e Twitter, mi ha accontentato Klout, che dall’alto dei suoi circa 600 milioni di utenti iscritti ha accesso a dati quasi di prima mano e ha analizzato i vari topic di conversazione.

Top10List Quali topic generano più engagement su Facebook e Twitter?

 

I topic più coinvolgenti

Non mi sorprende che i primi 10 argomenti, che ricevono circa il 40% del totale delle interazioni, siano più o meno simili: anche fuori dai social network (se davvero si può uscirne) la maggior parte delle conversazioni si dividono in modo simile.

Più interessante è, invece, il restante 60%: l’argomento Ristoranti, ad esempio, risulta essere più coinvolgente su Facebook rispetto a Twitter, ma la notizia clamorosa è che i post sui cani generano più interazioni rispetto a quelli sui gatti su entrambi i social più utilizzati. Per il servizio clienti la fa da padrone Twitter, favorito probabilmente dall’immediatezza.

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I topic meno coinvolgenti

Se non possiamo certo definirci sconvolti dai topic più coinvolgenti, le sorprese più grandi sono state riservate dagli argomenti che erano assolutamente candidati a essere particolarmente discussi, ma alla fine della fiera lo sono poco o niente: i dispositivi elettronici, o le auto elettriche, che in alcuni feed dominano, in realtà si classificano oltre la 100esima posizione, insieme ai concerti.

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Date un’occhiata alle classifiche e sbalorditevi alla vista di alcuni numeri (tenete presente che sono in ordine crescente). Quali sono i più sorprendenti secondo voi?

Pubblicato il 26 marzo 2014 Articolo scritto da Luigi Ferrara

La nuova frontiera dello spot: l’anti-spot

anti spot La nuova frontiera dello spot: lanti spot

Molto simile all’anti-virale o meta-virale, l’anti-spot sta diventando un vero e proprio trend che dà ai creativi la possibilità di esprimersi senza prendersi troppo sul serio, ma contemporaneamente regala agli ascoltatori un punto di vista nuovo e qualcosa di diverso dalle solite pubblicità. Per questo è un genere che mi piace tantissimo. Ve ne faccio due esempi:

This is a Generic Brand Video, l’anti-spot per eccellenza

Avete presente tutti gli stereotipi che vediamo ogni giorno, ogni ora, ogni minuto nelle pubblicità? Ci si potrebbe scrivere (ed è già stato fatto più volte, sicuramente) un trattato di semiotica e di comunicazione. Ma prima di oggi non erano mai stati riassunti tutti in un video solo. This is a Generic Brand Video diventa il miglior spot possibile per Dissolve, un servizio di clip video stock, con il voice-over tratto da un articolo meraviglioso di Kendra Eash. Sarebbe stato ancora più perfetto con un commento sul voice-over, ma glielo possiamo perdonare. Se non avete molta dimestichezza con l’inglese o semplicemente non avete voglia di sforzarvi a tradurre, sotto il video trovate il testo in italiano.

Prima di tutto pensiamo a paroloni che siano sinonimi di progresso, poi c’è la ripresa di un treno ad alta velocità, scienziati che fanno varie cose più o meno attinenti a quello che facciamo noi.

Vedete questo tecnico di laboratorio con un baker in mano? Significa che facciamo ricerca! E infatti questa è un’immagine del DNA.

Ci sono un casino di persone al mondo, specialmente in India. Si vede che facciamo parte dell’economia globale?
Guardate questi agricoltori in Cina, però facciamo girare l’economia negli Stati Uniti, o almeno vogliamo farvelo credere.

Queste pale eoliche nell’Indiana sono bellissime, e questo tizio in tuta da meccanico con la faccia sporca? Bleah.

Inoltre, ci teniamo all’ambiente, più o meno. Ecco una ripresa della forza distruttiva dell’acqua, e della gente che pianta degli alberi. Le nostre politiche aziendali potrebbero riguardare queste vedute panoramiche della Costa Rica.

Il mondo che gira velocissimo, un filmato in stop motion di una città in notturna, e le automobili che vanno veloci vi fanno pensare a fare le cose in modo efficiente, e al tempo che passa.

Per non farvi credere che siamo un’entità senza volto, guardate il viso bellissimo di tutte queste persone: qualcuno parla e ride, e primi piani di persone che si passano un barattolo, una scena che evoca l’essere al servizio della comunità.

Uguaglianza, Innovazione, Onestà, Progresso, sono tutte parole che scegliamo da una lista: i nostri profitti ispirano tantissimo. Come questo tizio, che guarda in alto e indica un grattacielo, o un aquilone, mentre sorride e spiega qualcosa a suo figlio.

Usando una proporzione studiata tra persone asiatiche, di colore, donne, e uomini bianchi, vogliamo assicurarci di rappresentare nelle nostre pubblicità i vostri bisogni e interessi, o almeno una tonalità del vostro colore della pelle.

Ci mettiamo un bambino qui? Oppure un anziano di etnia particolare, che mostra le rughe sorridendo e rappresenta l’antica felicità e saggezza dell’essere poveri? Sì.

Gary Oldman e le chiacchiere della pubblicità

Quasi contemporaneamente è partita un’altra campagna basata su un anti-spot: è dell’agenzia Deutsch Los Angeles per HTC in America e ha come protagonista nientepopòdimenoche Gary Oldman. Colui che ci ha regalato interpretazioni magistrali (tra le tante) del Conte Dracula, il commissario Jim Gordon nella trilogia di Batman di Christopher Nolan e Sirius Black nella saga di Harry Potter, questa volta ci invita a cercare su internet e farci un’opinione, perché la pubblicità è fatta solamente di chiacchiere.

Pubblicato il 24 marzo 2014 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Content marketing e native advertising: illusione o rivoluzione?

matrice native adv  Content marketing e native advertising: illusione o rivoluzione?

Il native advertising entra in gioco quando i fornitori di pubblicità iniziano (ci hanno messo solo qualche lustro) a capire che un banner che si espande all’improvviso al centro della pagina può infastidire un ignaro navigatore che magari voleva solo leggere una notizia, e si comincia a pensare seriamente all’utilizzo di formati meno invasivi.

Per native advertising si intende la presenza di contenuti pubblicitari dall’aspetto simile a quelli presenti solitamente nello spazio considerato: più o meno come quelli che una volta chiamavamo pubbliredazionali, contenuti sponsorizzati, sponsored post, e così via. Sono sempre esistiti, in realtà, forse si usavano solo in misura minore.

Poi è arrivato Twitter, si è quotato in borsa e ha aperto al pubblico la sua piattaforma advertising, che punta solo sul native. In questo modo è giunto sotto i riflettori un bel dilemma: restare ibridi o no? Facebook, ad esempio, ci fa promuovere i contenuti delle pagine nel modo meno invasivo possibile, ma allo stesso tempo ci riempie la colonna destra di banner. Però almeno ci avvisa.

Non si può sempre dire che giornali, riviste e magazine (sia online che offline) siano altrettanto trasparenti. Sono assolutamente favorevole al voler ottenere un ritorno economico, perché non stiamo parlando di enti benefici, ma quando un un articolo pubblicato su commissione non è facilmente distinguibile da uno spontaneo scatta la confusione, e allo stesso tempo si attiva un meccanismo di diffidenza preventiva verso questa o quell’altra fonte.

Allora l’obiettivo più importante si sposta dall’ottenere visibilità al conquistare (o mantenere) la fiducia degli utenti, che alla fine della fiera restano i destinatari di tutti i messaggi e fanno la differenza tra una campagna riuscita e un flop.

Le domande sono fondamentalmente due.

Quali mezzi usare?

Il native advertising sembrerebbe (per ora almeno) un ottimo compromesso, perché colma il gap tra i classici Paid Media, scalabili ma dall’efficacia in diminuzione, e gli Earned Media, che godono sempre di tanta fiducia ma non sono controllabili e non assicurano una copertura costante durante una campagna. Però non dobbiamo dimenticare che c’è contenuto e contenuto.

Quali contenuti diffondere?

La via che riterrei più corretta, ma contradditemi pure se non siete d’accordo, sarebbe modificare le narrazioni intorno al brand includendo meno autopromozione pura, che nella maggior parte dei casi ha pochissimi effetti, se non quello di allontanare l’utente. Mettere il brand un po’ meno in primo piano, quindi, e offrire qualcosa di utile. Non necessariamente emozionante, coinvolgente, sbalorditivo (o virale, se preferite), basterebbe che fosse utile per ottenere più coinvolgimento (vedi matrice all’inizio del post).

Conclusioni

In questo modo, forse, il nostro navigatore solitario si curerà meno dell’apparenza, della parolina “sponsorizzato” o del logo in basso a destra, e inizierà a considerare maggiormente la sostanza. Magari tornerà anche a trovarci per vedere se abbiamo qualche altra cosa interessante per lui. E forse anche la portata organica dei nostri contenuti potrebbe tornare ad aumentare, invece di essere stroncata sempre di più da fattori indipendenti dal nostro operato.

 

PS: Proprio stamattina, mentre mi accingevo a pubblicare il post, ho trovato una ricerca incoraggiante eseguita da Hexagram sullo stato del Native Advertising nel 2014: la maggior parte dei brand inizia a ragionare maggiormente in modo “native” e meno in modo “autocelebrativo”.

Sarebbe un’inversione di tendenza non da poco. Oppure pensate che l’azione di comunicare non necessariamente vista come un promuoversi, specialmente sui social, sia solo un’illusione?

Pubblicato il 12 febbraio 2014 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Statistiche incredibili sui Social Media nel 2013 [Infografica]

Come ogni anno, gli amici di Sparefoot ci regalano un’infografica sui social media, con i dati e le statistiche più sorprendenti dell’anno appena trascorso (sì, lo so, siamo a inizio febbraio, ma l’anno nuovo è iniziato da poco). Era importante dare il giusto rilievo a tutti i Social Network che sono emersi con prepotenza nel 2013, e continueranno probabilmente a scalare le classifiche di engagement nel corso di quest’anno (pensiamo a Snapchat o Vine, ad esempio). In più, ci sono dei dati sorprendenti sulle piattaforme più mainstream, se mi passate il termine esterofilo.

Sapevate, ad esempio, che il 30% del traffico assoluto proveniente dai social media viene da SlideShare? Se pensiamo a questo numerone, i 119 milioni di dollari sborsati da LinkedIn per acquisirlo non sembrano poi così tanti (Snapchat invece ha rifiutato offerte a nove zeri dai colossi Google e Facebook per poter restare indipendente).

Ancora, a quanto pare ci sarebbero più di 35 milioni di selfie postati su Instagram, e gli utenti di Pinterest spendono più del doppio in shopping online rispetto a quelli di Facebook. Zuckerberg però si può consolare, visto che quasi il 16% dei minuti trascorsi navigando in una giornata sono sul suo social network.

Google+ ci vuole sbalordire con 8 nuovi iscritti ogni secondo (in media, si capisce). Ci vogliamo credere? Non ci vogliamo credere? Quanto meno andrà considerato più seriamente in tutte le strategie future, visto anche che Big G lo sta “imponendo” un po’ ovunque sulle sue piattaforme proprietarie (e non possiamo biasimarlo: casa loro, regole loro).

C’è qualche dato che vi lascia perplessi? Qualche numero che ritenete esagerato o poco credibile? Come sempre, parliamone.

sparefoot social small Statistiche incredibili sui Social Media nel 2013 [Infografica]

 

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