Pubblicato il 16 dicembre 2014 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Mad Men Digital Christmas Party – Giovedì 18 dicembre a Salerno! #MadMenSA

madmen 2 Mad Men Digital Christmas Party   Giovedì 18 dicembre a Salerno! #MadMenSA

Quest’anno, invece della consueta festa aziendale, abbiamo pensato a un party pre-natalizio che riunisca le realtà e i professionisti del settore digital della zona, per scambiare due chiacchiere e bere un drink insieme.

Il team di Viralbeat al completo (o quasi) vi aspetta, insieme a Ninja Marketing, Razorfish Healthware e tanti altri, giovedì 18 dicembre al Teatro Vittoria di Salerno, dalle 21.30. Per l’occasione riporteremo il calendario agli anni ’60, gli anni d’oro di Madison Avenue, con un dress code à la Mad Men.

madmen 1 Mad Men Digital Christmas Party   Giovedì 18 dicembre a Salerno! #MadMenSA

L’ingresso è assolutamente gratuito, previa registrazione su Eventbrite a questo link, mentre la consumazione (che non è obbligatoria) costa 5 euro. L’hashtag invece, se sarete presenti fisicamente o anche solo virtualmente, è #MadMenSA

Pubblicato il 28 novembre 2014 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Guadagnare dai social media? La strategia vincente di KLM è tutta basata sull’engagement

KLM covergreetings Guadagnare dai social media? La strategia vincente di KLM è tutta basata sullengagement

Chi ha detto che non si può guadagnare con i social media? Il problema è, più che altro, trovare il modo giusto per farlo.

Il marketing non è morto, ma è uno zombie

Ho letto proprio l’altro giorno un post che, con una metafora molto fumettistica, affermava che il marketing è morto, non si è accorto della sua morte ed è risorto come un’entità molto diversa e più potente di quello che era in precedenza. Direi che sono molto d’accordo con questa definizione, che non si limita al catastrofistico (e periodico) “il marketing è morto”.

In effetti, il marketing propriamente detto punta a generare awareness su un brand, facendo in modo che i consumatori siano più propensi ad acquistare quello che offre. In effetti fino a dieci anni fa era ancora così, e le strategie di comunicazione erano tutte a senso unico: dal venditore al compratore.

L’avvento del digital ha stravolto questa visione così ordinata della situazione, aggiungendo al mix elementi che in senso classico non dovrebbero esserci: le linee di separazione tra vendita, customer care, product management e promozione sono quasi scomparse, e le famose 4P sono diventate molte di più. Di conseguenza anche le strategie hanno cambiato strada, dall’awareness pura all’engagement (in particolar modo sui social).

L’engagement era l’evoluzione naturale

Siamo tutti connessi in una grande rete di persone, i gradi di separazione sono passati da sei a tre, passiamo più tempo sui social media che a fare molte altre attività. Insomma, come consumatori ci siamo evoluti un bel po': chi ha capito davvero come stanno le cose ci chiama addirittura persone. I brand sono diventati ospiti a casa nostra: per catturare la nostra attenzione dobbiamo essere coinvolti, e chi vuole farsi preferire ai suoi competitor deve rassegnarsi all’idea di dare qualcosa in cambio al pubblico a cui si rivolge, altrimenti è molto semplice togliere un like o defolloware la pagina.

E questo vuol dire doversi relazionare più o meno direttamente, interagire, raccontare una storia, informare, rispondere alle domande, e magari chiedere scusa quando si sbaglia. Nella nuova realtà conta meno ciò che si dice e molto di più ciò che si fa: comunicare un messaggio sbagliato o sgradito significa molto spesso essere “distrutti” dagli utenti (e quasi ogni giorno vediamo un nuovo caso di cattiva comunicazione). Naturalmente questo concetto è amplificato all’inverosimile se parliamo di canali social.

Proprio perché si basa tutto sulla relazione, puntare all’engagement comporta anche il dover cambiare ottica su tantissime attività: come vengono prodotti i contenuti, come vengono pianificate le campagne adv, come vengono strutturati i siti e le varie landing page, addirittura il percorso di lead generation. Andrebbe tutto adattato su misura per la persona che vogliamo coinvolgere, e per fare questo bisogna prima ascoltare, e ascoltare bene.

KLM, un caso di successo su tutti i fronti

Il caso di KLM è molto interessante, non solo per le meravigliose (e sempre creative) campagne con le quali riesce sempre a sbalordire i suoi passeggeri, e farsi amare sempre di più.

Come fanno a cogliere sempre nel segno in modo così preciso ed efficace? Semplicemente hanno capito che il marketing è diventato una cosa completamente diversa da quello che era qualche anno fa. In realtà, a quanto dice il loro social media manager Karlijn Vogel-Meijer, l’hanno anche imparato un po’ per caso: nel 2010, quando l’eruzione di un vulcano islandese creò scompiglio praticamente in tutti gli aeroporti del mondo, i canali ufficiali di assistenza clienti di KLM erano occupati, e così iniziarono a piovere domande sui social media.

A quel punto dovevano scegliere tra ignorarle completamente o rispondere, mentre prima di quel giorno le pagine si limitavano a lanciare messaggi promozionali. Hanno scelto la seconda, come tutti sappiamo, e da allora non si sono più fermati. Ricevono ogni giorno più di 45.000 mention solo su Twitter, e circa 1 su 10 è una domanda alla quale va data una risposta. Sempre in pubblico e con la massima trasparenza, anche per le situazioni negative.

La loro strategia è basata interamente sulla customer experience, quindi sull’ascolto e sull’engagement: per esempio, ogni 5 minuti aggiornano l’immagine di copertina di Twitter con la stima del tempo medio necessario a rispondere a ogni richiesta degli utenti.

KLM covertwitter Guadagnare dai social media? La strategia vincente di KLM è tutta basata sullengagement

Anche le loro campagne partono dalle esigenze vere dei passeggeri. Per farvi un esempio, “Cover Greetings” (in italiano “saluti sul coprisedile”) è solo l’ultima di una lunga serie: prendendo spunto dal problema dei saluti in aeroporto, che non sempre sono facili, hanno sorpreso i passeggeri con dei messaggi scritti dai loro familiari e amici prima di partire, utilizzati come tovagliette dei poggiatesta del sedile che era stato loro assegnato. Le reazioni sono tutte da vedere:

Manca solo l’ultimo dato, che forse è anche il più importante: alla fine della fiera questo tipo di approccio ripaga gli investimenti in tempo e denaro necessari? Qual è il famoso ROI di questa strategia? A quanto pare, conteggiando solo le conversioni dirette (quindi tracciando solo l’ultimo clic), KLM guadagna circa 25 milioni di dollari all’anno solo dai social media. Giudicate voi.

Pubblicato il 18 novembre 2014 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Lavora con noi: Viralbeat cerca Social Media Manager!

Curiosità statistiche SMM1 Lavora con noi: Viralbeat cerca Social Media Manager!


 

Viralbeat cerca un/a Social Media Manager che affianchi una figura Senior presso la sede di Salerno.

Il/la candidato/a si occuperà della gestione di canali social aziendali, dell’analisi dei profili competitor, della stesura di piani editoriali, della gestione del cliente, della reportistica.

Importante che il/la candidato/a abbia:
– ottima padronanza della lingua inglese;
– interesse e/o esperienze pregresse nel mondo della moda e del lusso;
– formazione in area umanistica o comunicazione/marketing;
– ottime capacità di scrittura;
– capacità di lavorare in team e in modo indipendente in base alle esigenze dei progetti;
– capacità di lavorare sotto pressione.

Cerchiamo una persona curiosa, proattiva, con voglia di crescere, appassionata al web e al mondo dei social e della comunicazione.

Il tipo di collaborazione, la durata e il compenso saranno da concordare in linea alle competenze.

Se pensate di essere la persona giusta, potete inviare le vostre candidature a chiara.puglia[@]viralbeat.com

Pubblicato il 17 ottobre 2014 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Il modello di content marketing Hero, Hub, Hygiene: meno viral, più pianificazione

Iniziamo con una brutta notizia: le azioni virali (in particolare per i video) non funzionano più, almeno se avete intenzione di usarle in una campagna pubblicitaria.

Prima di lanciare i pomodori, però, lasciatemi spiegare. L’idea di puntare su un singolo contenuto come base per costruire e pianificare un’intera campagna pubblicitaria, sperando che diventi virale o portandolo avanti con un cospicuo investimento promozionale, non è più realistica come poteva esserlo qualche tempo fa.

Oltre a non essere realistico, questo modello ha un altro problema che definirei fondamentale: anche nel momento in cui si dovesse vincere alla lotteria e il nostro contenuto diventasse un successone virale, non sarebbe garantito lo scopo ultimo, cioè l’inizio di una relazione tra il brand e l’utente finale. Quest’ultimo molto spesso ricorda l’azione, ma la slega completamente da ciò che dovrebbe promuovere. La perdita di efficacia è evidente e non giustifica più un tipo di approccio simile.

Come prova del nove, è molto semplice verificare che alla base di una campagna virale ci sono spesso numerosi tentativi falliti.

I brand più attivi (e quelli che spendono di più in pubblicità) se ne sono accorti, e stanno iniziando a utilizzare un approccio più completo, pragmatico e funzionale all’obiettivo: seguono il modello Hero, Hub, Hygiene.

Hero hub hygiene 1 Il modello di content marketing Hero, Hub, Hygiene: meno viral, più pianificazione

Hero, Hub, Hygiene

Questo modello è stato sviluppato da YouTube per le campagne video, ma si può estendere a tutto il content marketing, reinterpretandolo leggermente e bilanciando gli sforzi.

Immaginate di ordinare i contenuti della campagna  in una piramide con tre gradini.

Al vertice ci saranno i contenuti definiti Hero: i più entusiasmanti, quelli su cui puntare maggiormente, quelli che in precedenza sarebbero stati usati per la famosa campagna di viral marketing. Per forza di cose devono essere utilizzati in quantità molto minore rispetto agli altri, perché supportano le azioni che generano più buzz, da usare poche volte nel corso di un periodo di pianificazione.

Al centro si collocano i contenuti Hub, con l’obiettivo di intrattenere il pubblico e coinvolgerlo, al punto da far ritornare gli utenti a consultarlo: gli attributi principali sono qualità alta, coinvolgimento emozionale, aggiornamento frequente, notevole valore aggiunto. E’ senza dubbio la categoria più rilevante, quella che porta davvero i risultati in termini di ritorno sull’investimento (o se preferite di massa critica).

Al gradino più basso, non perché abbiano meno importanza ma semplicemente perché sono più numerosi, troviamo i contenuti Hygiene, cioè quelli pensati appositamente per l’utente-tipo del target. Molto spesso vengono raggiunti durante la navigazione o addirittura tramite i motori di ricerca. Parliamo dunque dei classici contenuti “pull”: guide, how-to, liste o in generale serie di post e video focalizzati su una stessa tematica. Un qualcosa che possa risultare utile ogni giorno, non solo in una determinata occasione.

Promuovere i contenuti giusti, nel modo giusto

Anche il concetto che non ci sia bisogno di promuovere i contenuti laddove sia presente un’idea forte e capace di colpire nel segno, ahimè, è praticamente tramontato. Le piattaforme di content marketing sono diventate talmente sature di contenuti che, anche avendo l’idea migliore del mondo, senza dare un bel boost alla visibilità si rischia di passare sotto silenzio.

Hero hub hygiene 2 Il modello di content marketing Hero, Hub, Hygiene: meno viral, più pianificazione

Immaginiamolo ad esempio applicato al piano editoriale di un blog o di una pagina Facebook, con un budget non enorme ma nemmeno striminzito: bisogna distribuire i tipi di contenuti e l’investimento secondo l’importanza e la rilevanza attesa. Il contenuto Hero si pubblica 1-2 volte al mese, e dovendo portare una bella parte di campagna sulle spalle, riceverà un’attenzione maggiore a livello promozionale. L’Hygiene, per le sue caratteristiche intrinseche, va postato regolarmente, perché resta e può essere sempre recuperato, specialmente nel caso dei blog (è il motivo principale per cui si pubblicano manuali, liste e how-to: per frasi ritrovare dagli utenti più fedeli). Si accontenta di un investimento molto minore (o addirittura può puntare solo sulla visibilità earned degli share spontanei). Per gli Hub si può applicare il caro vecchio buon senso, pubblicando frequentemente e spingendo di più o di meno sull’acceleratore a seconda dei risultati attesi o desiderati.

Alla riorganizzazione dei contenuti secondo il modello descritto, quindi, si deve far corrispondere un’adeguata strategia di promozione, che diventa un elemento fondamentale della pianificazione, assottigliando ulteriormente la differenza tra owned e paid media. Ma attenzione, l’ottica è sempre di valorizzarli, non limitarsi semplicemente a piazzarli ovunque.

Potete trovare altro materiale sul tema nei correlati a questo post (poco più giù nella pagina) e in generale nel nostro blog. Se invece avete domande o commenti, come sempre, non esitate a farvi sentire. Buon proseguimento!

Pubblicato il 1 ottobre 2014 Articolo scritto da Luigi Ferrara

C’è ancora speranza per il congiuntivo? Intervista alle Social Media Manager dell’Accademia della Crusca

cover crusca Cè ancora speranza per il congiuntivo? Intervista alle Social Media Manager dellAccademia della Crusca

Qualche giorno fa, all’ennesimo post splendido (direi anche magistrale, per conservare il gioco di parole) sulla pagina Facebook dell’ Accademia della Crusca, quasi per scherzo sono andato a commentare: “Posso intervistare i vostri social media manager?”

Nel giro di pochi minuti mi vedo aggiunto e contattato da Vera, che si occupa dell’account Twitter, e mi fornisce subito le informazioni utili per l’intervista. A quel punto decido di proseguire, perché vi voglio davvero presentare due persone che molti di noi possono definire colleghe, e svolgono sempre un ottimo lavoro pur avendo un ente molto delicato da rappresentare. Inoltre, le loro pagine sono un ottimo caso di studio da archiviare, e sembrava giusto andare ad approfondire e scoprire chi sono, da dove vengono e in che modo lavorano.

Come vedrete, nelle loro risposte ci sono anche delle sorprese, elementi che in pochi si sarebbero aspettati. E poi c’è una rassicurazione per tutti quelli che amano la lingua italiana e si dispiacciono sempre a vederla maltrattata: c’è ancora speranza!

Non mi voglio dilungare, passiamo all’intervista. E permettetemi di ringraziare Vera e Stefania per la disponibilità e la sincerità con cui hanno risposto.

1. Prima di tutto vi chiederei di presentarvi. Chi siete? Cosa volete? (Un fiorino)

V: Vera Gheno, 39 anni, dottore di ricerca in linguistica. Dalla tesi di laurea in poi mi sono occupata soprattutto di comunicazione mediata dal computer (alla fine degli anni Novanta c’erano i newsgroup, le BBS, poi le chat…), in particolare dal punto di vista (socio)linguistico. Lo sbocco sui social network è stato, di conseguenza, praticamente naturale.

S: Stefania Iannizzotto, 39 anni, dottore di ricerca in filologia moderna. A differenza di Vera non ho un “rapporto di studio” con la cmc, mi sono sempre occupata di toscanizzazione in Sicilia nel Cinque-Seicento e di storia dell’italiano ottocentesco, un po’ di italiano trasmesso (in particolare della lingua della televisione) e adesso anche di semplificazione del linguaggio amministrativo e professionale. A dirla tutta, mi sono laureata con una tesi su Leopardi (con cui ho vinto il premio bandito dal Centro di Studi Leopardiani!), ho un master sul libro antico, l’abilitazione per insegnare italiano e latino nei licei e per insegnare l’italiano a stranieri. Per me lo sbocco su social network è stato praticamente… una sorpresa!

2. Qual è il vostro social network preferito?

V: Ne cito due: per le discussioni Friendfeed (http://friendfeed.com/, un SN in semi-disuso, ma è quello più simile, per certi aspetti, ai vecchi newsgroup o gruppi di discussione telematici); per controbilanciare l’overdose di “parole”, invece, Instagram.

S: Anche a questa domanda rispondo come forse non ci si aspetterebbe: ho un rapporto personale con i social decisamente moderato (soprattutto poi da quando mi occupo della Crusca!) e non ho un SN preferito: in realtà seguo solo il mio profilo FB, che per me è una finestra sul mio mondo e dintorni, amici lontani e vicini, notizie e curiosità, seguo un po’ il mio account Linkedin, davvero molto poco i miei account Instagram e Foursquare e (altro colpo di scena!) non ho un account Twitter (ma va da sé che ho sempre sott’occhio quello di Crusca!).

3. C’è un sito/blog/pagina che consigliereste a tutti di seguire, a parte gli spazi dell’Accademia ovviamente?

V: Sicuramente Il mestiere di scrivere, di Luisa Carrada, e la sezione Antibufala del sito web di Paolo Attivissimo.

S: Anche qui saltellando un po’ in rete: Carrada, ma anche Farabegoli , Testa e Corbolante.

4. Come si arriva a lavorare per un’istituzione come l’Accademia della Crusca? Ci saranno state delle selezioni durissime per scegliere chi avrebbe dovuto rappresentarne la voce in Rete, soprattutto con dei mezzi delicati come i social network.

V: Io collaboro con la Crusca da quattordici anni, più o meno dalla laurea. Ho lavorato a molti progetti riguardanti i media più tradizionali (radio e tv, soprattutto) e alla creazione di varie banche dati digitali. Da anni faccio parte della redazione del sito web e della consulenza linguistica. Essendo una delle contemporaneiste, qui in Accademia, e forse quella che da più tempo si occupa di “nuovi media”, darmi la responsabilità di Twitter è stato praticamente automatico.

S: Dal 2000 al 2010 ho collaborato con la cattedra di Storia della lingua italiana della Facoltà di Lettere di Catania (sempre tenendo seminari su problematiche storico-linguistiche cinque-secentesche e preunitarie e laboratori di scrittura testuale in lingua italiana!). In realtà però ho non solo fatto linguistica, filologia e storia della lingua, mi sono anche occupata d’altro, per esempio dal 2005 al 2009 sono stata responsabile della comunicazione e dei progetti editoriali del Laboratorio multimediale di sperimentazione audiovisiva (la.mu.s.a.) della Facoltà di Lettere di Catania. In quel periodo, dopo aver seguito corsi di formazione sul trattamento digitale del libro antico, ho tenuto anche diversi laboratori sulla teoria e le tecniche della digitalizzazione del materiale librario sempre per la Facoltà. Nel 2009 (per interesse personale!) ho seguito un corso su Mac OS X organizzato dall’INFN di Catania. Da quando sono in Crusca (2010) collaboro a diversi progetti, lavoro alla redazione della consulenza linguistica e del sito web. Diciamo che questa riconosciuta “versatilità” è bastata per darmi la responsabilità della pagina Facebook e del canale YouTube ufficiali.

5. I social sono pieni di persone che credono di essere custodi della verità assoluta sugli argomenti più svariati. Forse voi siete tra le pochissime persone che potrebbero davvero definirsi tali, per la lingua italiana almeno. Ci avevate mai pensato? Come ci si sente ad avere una “responsabilità” così grande?

V: Io ci penso tutte le volte che twitto. E avere una responsabilità del genere è assieme molto affascinante (in fondo, sfruttiamo una fama pluricentenaria) e molto preoccupante: gli utenti non ci perdonano nemmeno la più piccola svista.

S: Come non pensarci! Mi sento un po’ come il guardiano del faro: sempre presente, sempre attenta che tutto vada bene. Deve essere sempre tutto sotto controllo: non sei tu, sei l’Accademia e quindi sei forte della sua autorevolezza e di quella dei suoi contenuti e appunto per questo non ti si perdona niente!

6. Cosa rispondete a chi vi domanda che lavoro fate? O meglio, qual è secondo voi la definizione di Social Media Manager?

VS: Premesso che non facciamo solo i SMM in Accademia, di certo questa sta diventando la parte più visibile del nostro lavoro. Potremmo dire che il SMM è una figura che si trova a fare da tramite tra l’ente (o l’azienda) e i suoi utenti, o clienti, o lettori, o fan, divulgando notizie sulla sua attività, offrendo piccoli assaggi della sua vita quotidiana, interagendo in maniera per quanto possibile “intelligente” e calma, senza reagire a eventuali provocazioni. Evitiamo in maniera quasi assoluta le discussioni politiche, le oscenità, gli insulti.

7. Che approccio utilizzate per gestire le pagine della Crusca? Piano editoriale deciso in anticipo, più spazio ai post spontanei o una via di mezzo?

V: Per me il piano editoriale è frutto soprattutto della mia esperienza personale di utente dei social; con il passare del tempo, si sono “sedimentate” delle abitudini, delle piccole routine, come twittare quasi ogni giorno il collegamento a una scheda di consulenza presente sul nostro sito, o gli #scattidicrusca, fotografie che documentano momenti della nostra vita in Accademia. Per il resto, il contenuto del profilo dipende molto anche dall'”ingaggio” dei lettori, che spesso ci offrono “ganci” interessanti.

S: La pagina Facebook è una vetrina delle attività, dei progetti e degli eventi dell’Accademia. I contenuti che pubblico riguardano l’attività di consulenza linguistica (ogni giorno una scheda su un dubbio linguistico), gli eventi (convegni, seminari, mostre, rassegna stampa), i progetti (banche dati, dizionari, portali), le pubblicazioni (nuove uscite, volumi in offerta). Inoltre, poiché l’Accademia ha sede nella bellissima Villa medicea di Castello e conserva tra l’altro una ricca collezione di oggetti d’arte, tra cui le famose “pale” (153 dipinti su tavola a forma di pala da fornaio, nei quali sono raffigurati gli emblemi degli accademici), nella pagina pubblico contenuti sulla villa e il giardino e ogni sabato la scheda di una pala (immagine e spiegazione). Ho organizzato tutti i contenuti in album di immagini che rispecchiano le sezioni del sito: La consulenza linguistica, L’Archivio, La Biblioteca, Attività e progetti, Eventi e notizie (agli eventi più importanti sono dedicati album specifici), La villa e il giardino, Le pale di Crusca, Rassegna stampa ecc. Naturalmente non mancano mai post estemporanei in cui la Crusca mostra il suo lato più “umano” (giovani tirocinanti all’opera, la torta preparata della bibliotecaria volontaria ecc.) , quelli suggeriti dagli utenti o proprio dedicati a loro (per esempio le foto dell’Accademia pubblicate su Foursquare).

8. Quante domande ricevete ogni giorno dagli utenti? E di queste, a quante riuscite a rispondere?

V: Su Twitter non sono tantissime, le domande dirette. Direi una media di cinque-otto domande fatte menzionando @accademiacrusca nel tweet. A quasi ogni domanda si riesce a dare facilmente risposta, o tramite le schede di consulenza del sito, che ho già menzionato, o tramite rimandi ad alcune fonti primarie presenti in rete, come ad esempio il DOP, Dizionario di Ortografia e Pronunzia (http://www.dizionario.rai.it/). Le questioni più complesse vengono inoltrate alla Redazione della Consulenza Linguistica.

S: Attraverso i “Messaggi” o la sezione “Post sulla pagina” ricevo da 10 a 20 domande a cui cerco di rispondere (finora sono riuscita sempre a rispondere a tutti!): se la risposta al dubbio è già nel sito dell’Accademia rimando alla scheda, oppure suggerisco altre risorse affidabili in rete (dizionari, banche dati ecc.) utili a chiarire il dubbio; se invece il quesito propone un nuovo argomento ancora da trattare, suggerisco di compilare il modulo “Poni un quesito” nel sito dell’Accademia (http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/poni-quesito).

9. Qual è il complimento più bello che avete ricevuto da un utente? E la critica peggiore?

V: Non saprei, per me i complimenti più cari sono quelli in cui le persone ci esprimono la loro gratitudine. Critiche ce ne sono sempre state e sempre ci saranno, non si può stare simpatici in modo universale… ma in generale, non mi faccio molto influenzare da chi ci critica. Spesso si nota una certa volontà di provocare un flame, una rissa verbale. A quel punto, la cosa più saggia è passare oltre.

S: È vero i ringraziamenti fanno sempre piacere (cuoricini compresi!), ben accette anche le critiche costruttive, le provocazioni? Siamo “ben tetragone ai colpi di ventura”!

10. Quanto siete favorevoli all’utilizzo di inglesismi quando esiste un corrispettivo perfetto anche in italiano (mi riferisco a termini come engagement, reach et similia)?

VS: La questione è molto più complessa di quanto si possa affrontare in un’intervista. La Crusca si è occupata ampiamente della questione (cfr. ad es. qui http://www.accademiadellacrusca.it/it/tema/lingua-inglese-universit) e ogni sintesi sarebbe riduttiva. Diciamo che l’optimum sarebbe di evitare l’abuso di anglismi, spesso impiegati solo per “darsi un tono”. Mentre in certi settori specifici, l’inglese ha senso di esistere per questioni di chiarezza, comprensibilità ecc.

11. Dulcis in fundo, vi prometto che è l’ultima: nell’era del selfie e dei dialoghi in 140 caratteri c’è ancora speranza per il congiuntivo e il periodo ipotetico?

VS: Premesso che nei selfie non c’è niente di male e che pensiamo che doversi esprimere in 140 caratteri possa essere un utile esercizio di sintesi, i social network non sono altro che uno specchio di una realtà (in questo caso linguistica) più ampia: se le persone sui social sbagliano congiuntivi o non costruiscono correttamente i periodi ipotetici è perché magari hanno delle lacune in generale. Ci sono molti manierismi tipici dei cosiddetti nuovi media (le abbreviazioni, le tachigrafie, le trascrizioni giocose di pronunce inglesi, ecc.) che hanno un senso in questo contesto comunicativo, e ovviamente sarebbero un errore se usate in altri contesti. Di per sé i social, secondo noi, non “rovinano” l’italiano. Sono solo un ulteriore ambito comunicativo che si aggiunge a tutti gli altri, creando, tra l’altro, nuovi spazi per nuovi usi del mezzo scritto.

Pubblicato il 10 settembre 2014 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Viralbeat alla Festa della Rete 2014 con inviati e panelist

logo fdr Viralbeat alla Festa della Rete 2014 con inviati e panelist

Una volta si chiamava BlogFest, quest’anno si è deciso giustamente di chiamarla Festa della Rete, visto che è la manifestazione più grande del panorama web italiano, che si svolge a Rimini con decine, ma che dico decine, centinaia, di speaker e incontri.

Il luogo ideale per ogni appassionato di Internet, per dare un volto ai nickname, ritrovare amici lontani e, soprattutto, approfondire la conoscenza delle materie digital, grazie ai numerosissimi momenti “didattici”: panel, barcamp, speech e chi più ne ha più ne metta, per tutti i gusti insomma.

Ovviamente noi di Viralbeat non potevamo mancare, con due “inviate speciali”, una mora e una bionda, che si occuperanno di scrivere, twittare, fotografare e prendere nota di tutto quello che riusciranno a vedere.

Oltre a loro, quest’anno parteciperemo anche attivamente a due panel:

Adam Arvidsson, coordinatore scientifico del nostro dipartimento di analisi, sarà protagonista dell’incontro dal titolo “La conoscenza distribuita e la restituzione di valore nei processi partecipativi“, insieme ad Andrea Crociani ed Emilio Martano. I tre saranno moderati da Mirko Pallera, che gestirà anche l’incontro/scontro “Rudy contro tutti: Quanto gli influencer influenzano davvero?“, a cui parteciperà il nostro Alessandro Caliandro, responsabile del nostro dipartimento di ricerche netnografiche, insieme a Matteo G.P. Flora e Rudy Bandiera.

Non mancate, ci vediamo a Rimini dal 12 al 14 settembre!

P.S. : Per informazioni, programma e registrazione (gratuita), potete consultare questo link.

Pubblicato il 18 agosto 2014 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Acura diventa il primo brand automotive a preferire il digital alla TV

Per lanciare sul mercato la Acura TLX, nuova berlina della divisione sportiva della Honda, verrà pianificata una campagna video utilizzando un budget mai stanziato prima dalla casa madre giapponese. La campagna, la prima da quando Acura è diventata un ramo indipendente, dovrebbe essere partita ieri, e diffonderà lo spot da un minuto (qui sotto), più delle pillole da 15 secondi.

La notizia, in effetti, non sarebbe così clamorosa se non fosse che, per la prima volta nella storia della promozione dei brand automobilistici, un terzo dell’investimento totale viene impiegato nella parte digital a discapito degli spot in TV. E gran parte del budget digital finirà su Facebook che, ricordiamo, ha da qualche mese implementato la piattaforma Premium per le campagne video.

Il digital e i social media sono molto più che piattaforme pubblicitarie, se vengono usati nel modo corretto e con gli obiettivi giusti: le potenzialità di profilazione sono infinitamente più grandi rispetto ai canali tradizionali e, diciamocelo, i costi per ora sono anche notevolmente inferiori (guardando certi listini, con quello che si spende per uno slot pubblicitario in prima serat si può fare una buona copertura digital per un mese o due).

acuratlx2015 Acura diventa il primo brand automotive a preferire il digital alla TV

In questo caso si vuole principalmente aumentare la brand awareness e definire il posizionamento sul mercato americano, dove Acura viene spesso ignorata dai potenziali acquirenti.

Per raggiungere questi due scopi, i video brevi della campagna saranno prodotti e studiati su misura per gli utenti a cui si rivolgono, coprendo (a quanto dicono da Acura) il 100% della “popolazione” di Facebook, quindi più di 1 miliardo di persone. Contemporaneamente i vari formati saranno diffusi su portali giganteschi del calibro di MSN e Yahoo. Il tutto finalizzato a dare la spinta iniziale alla viralizzazione di questi contenuti (cosa buona e giusta, anzi la cosa migliore da fare, come vi diciamo sempre anche noi).

La televisione non è esclusa del tutto, sarà ancora parte della pianificazione, perché – dice Ed Beadle, senior marketing manager per Acura – “E’ ancora presto per fare una campagna pubblicitaria senza usare la TV”, ma in modo chirurgico, se mi passate il termine, sul target di riferimento.

Si sono resi conto che c’è stato un cambiamento molto significativo nelle abitudini di fruizione dei contenuti e intendono agire di conseguenza, acquistando, spazi durante le partite di NFL, sui canali via cavo più seguiti e formati lunghi su piattaforme on-demand come Hulu. Il fatto che quest’ultima sia considerata tra i mezzi televisivi è indice di un altro grande cambiamento di mentalità.

Possiamo solo fare i complimenti per il traguardo storico alle agenzie coinvolte, Mullen per la creatività e MediaVest per la diffusione, e sperare che sempre più brand seguano la stessa strada di Acura.

Pubblicato il 25 luglio 2014 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Come comportarsi con i commenti negativi?

pos neu neg Come comportarsi con i commenti negativi?

Nel post della scorsa settimana abbiamo stabilito che è assolutamente normale che i brand vengano giudicati in ogni momento, così come è normalissimo che alcuni di questi giudizi possano essere negativi.

A dirla tutta, le opinioni negative non sono assolutamente un problema, ma indice del fatto che il brand sia rilevante anche per chi non è d’accordo con quello che dice. La maggior parte delle volte i commenti negativi addirittura aiutano a trasmettere un’immagine più autentica: ad esempio, non vi viene più naturale diffidare di quei ristoranti o alberghi senza alcuna ombra di recensioni negative?

Il problema è come comportarsi quando qualcuno parla male del brand, per trasformare la potenziale minaccia in opportunità: diventa fondamentale, come diciamo spesso, ascoltare. Ma non è sufficiente ascoltare, bisogna anche capire e saper rispondere, perché alla fine della fiera quello che fa davvero la differenza è l’atteggiamento nei confronti di chi non è d’accordo. Rispondere bene, infatti, può trasformare un cliente (o prospect) scontento in fermo sostenitore della vostra causa, a volte addirittura brand ambassador.

Come si comportano, allora, i brand con le critiche negative, per quanto costruttive possano essere? La domanda mi è venuta in mente qualche giorno fa, leggendo l’ennesimo post sulla pagina social di un’azienda sfociato in una serie di critiche. Non serve nominare il brand, sono sicuro che nel momento in cui leggerete questo post ve ne verrà in mente qualcuno “caldo caldo”.

A volte viene quasi il dubbio che qualcuno promuova contenuti facilmente equivocabili apposta per farsi insultare, con l’unico obiettivo di far parlare del brand, farlo conoscere o aumentare i valori di engagement della pagina.

Sono andato a cercare in Rete per capire quali sono le pratiche più comuni per rispondere ai post al veleno, e ho trovato alcune pratiche ricorrenti. Ovviamente ci sono tanti ibridi, ma i filoni fondamentali sono questi:

C’è chi cancella tutti i commenti negativi, e sbaglia a prescindere. Sebbene sia cosa buona eliminare o ignorare chi non aggiunge nulla alla conversazione o fa polemica per il solo gusto di farlo, talvolta critiche e feedback negativi sono assolutamente giustificati, e vanno pertanto presi in considerazione.

La via più soddisfacente per il community manager sarebbe senz’altro quella di mandare indietro l’ingiuria con una bella risposta sarcastica, ma probabilmente non tutti possono farlo senza sollevare un polverone o addirittura essere licenziati. La variante ancora più sconveniente, cioè insultare in malo modo chiunque dica una cosa non gradita, è sconsigliatissima ma (purtroppo) non così rara.

L’approccio più diffuso, infine, è quello da pacificatore: rispondere (possibilmente in fretta) e cercare di capire qual è il problema per poi risolverlo, comunica disponibilità e apertura alla conversazione e al dialogo da parte del brand. Bisogna sempre fare attenzione, però, perché il troll è sempre dietro l’angolo.

Non posso dirvi qual è la strategia migliore, perché ci sono troppe variabili in gioco, e a un certo punto potrebbero essere valide tutte o nessuna, bisognerebbe analizzare caso per caso. Un consiglio però posso darvelo: quando c’è l’errore da parte del brand, è inutile, addirittura controproduttivo, cercare di scrollarsi di dosso la colpa.

Sbagliare è normalissimo, ma chiedere scusa e rimediare a un commento negativo (e quindi rendere meno ostile un utente ostile) non ha prezzo. E poi se l’utente resta tanto colpito dalla vostra efficienza e diventa brand ambassador, tanto meglio per voi, no?

Pubblicato il 18 luglio 2014 Articolo scritto da Luigi Ferrara

Le opinioni polarizzate nel sentiment sono l’evoluzione del “purché se ne parli”. Come sfruttarle a proprio vantaggio?

Domanda retorica: è possibile che un brand o un prodotto possa mettere d’accordo tutti?

Ovviamente non è possibile. A volte non ci si può proprio fare niente, se non rallegrarsi di avere un brand che riesce a polarizzare le emozioni dei navigatori del web. Forse è questa l’evoluzione del non più attuale “purché se ne parli”, il riuscire a far associare al proprio brand un sentimento (e quindi un sentiment) positivo o negativo, basta non lasciare indifferente chi ascolta.

Una ricerca di BrandIndex ha raccolto feedback sui maggiori brand internazionali e, dopo aver scartato quelli con valori medi, ha pubblicato la classifica dei più e meno polarizzanti (per polarizzante si intende una forte presenza sia di sentiment positivo che negativo).

E’ interessante comprenderla bene, perché più un brand polarizza le emozioni, più rischia di essere bersagliato (o elogiato) anche quando se ne sta in disparte senza dire niente, dunque ottiene quasi in automatico un maggiore buzz. L’altra faccia della medaglia è che, quando si ha un pubblico molto orientato verso il negativo, è più difficile far cambiare idea a chi non acquisterebbe il prodotto per accrescere il proprio bacino di pubblico.

L’obiettivo sarebbe raggiungere il livello di polarizzazione di Amazon, che pur raggiungendo uno spaventoso 56% in commenti positivi ha solo il 3% di utenti con feedback negativi. E come si fa, direte voi? Offrendo i prodotti e il livello di servizio di Amazon è facile… ma un brand “normale” come fa?

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Dopo un’analisi di brand reputation si riesce a inquadrare abbastanza bene il sentiment, e si può anche capire il profilo medio dell’utente che ha espresso emozioni negative, per tentare di comprendere il motivo della sua insoddisfazione e trasformarla in una valutazione positiva.

Nella prossima puntata vedremo i metodi di affrontare i commenti negativi più diffusi tra i brand che fanno più conversazione, restate in ascolto!

Pubblicato il 30 maggio 2014 Articolo scritto da Luigi Ferrara

La Birra nel piatto: i blogger a scuola di cucina con Warsteiner

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La birra, come molte buone forchette sapranno, non è buona solo da bere, ma anche per cucinare. Questo era il punto di partenza dei corsi di cucina organizzati da ConGusto in collaborazione con Warsteiner Italia.

La scorsa settimana (più precisamente il 20 maggio) gli “allievi” dello chef Domenico della Salandra del Ristorante Taglio di Milano erano blogger di cucina e lifestyle. A noi, che abbiamo il piacere di poter annoverare Warsteiner tra i nostri clienti, era stato affidato il compito di selezionare i blogger partecipanti.

I fortunati hanno avuto la possibilità di cimentarsi in quella che sembrava la puntata di un talent show di cucina: dopo essere stati condotti dagli chef a “fare la spesa” nella sala apposita, sono stati divisi in tre gruppi, ognuno dei quali si è poi occupato della preparazione di un piatto.

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Il comune denominatore era, ovviamente, la presenza della birra Warsteiner nella preparazione delle ricette. Purtroppo le foto non contengono il sapore, ma vi assicuriamo che era tutto buonissimo, lo dimostrano le espressioni soddisfatte della foto di gruppo!

L’album con tutte le foto dell’evento è pubblicato sulla pagina di Warsteiner Italia

Caponata di stagione con riduzione di birra König Ludwig Weissbier

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Gnocchetti ripieni di patate su vellutata di birra König Ludwig Dunkel, asparagi e burrata

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Crumble alle mandorle , caramello salato e cioccolato bianco

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Il gruppo al completo: blogger, chef, brand manager di Warsteiner per l’Italia e Social Media Manager

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