Fake News e Junk News su Facebook: la forza esplicita del pregiudizio

Nell’ambito della comunicazione socio-politica cross mediale, una delle tendenze più rilevanti degli ultimi anni è il modo in cui i social sono diventati strumenti di disinformazione tramite la diffusione di fake news e junk news.

Si tratti delle prime, notizie chiaramente ascrivibili alla categoria del falso, o delle seconde, in cui la cornice tende a enfatizzare l’aspetto più capzioso, emotivamente ‘cavalcabile’ di una notizia reale, tutti gli studi a riguardo hanno ampiamente rilevato negli story telling costruiti diffondendo notizie false o artefatte,  una forte capacità di influenza sull’opinione pubblica, giungendo a indirizzare temi, dibattiti, agende politiche e immaginario sociale.

È tale l’evidenza di questo trend diffuso a livello mondiale che di recente, tutti i maggiori colossi high-tech hanno aderito alla “Christchurch Call”, una piattaforma d’intesa che mira ad armonizzare e coordinare gli sforzi e le misure comuni da assumere per frenare la diffusione in rete della propaganda terroristica e della messaggistica estremista.

Considerati i pericoli concreti e pervasivi di tale diffusione, si tratta di un tema chiave su cui focalizzare gli strumenti di analisi; la scorsa settimana è stata resa pubblica una nuova ricerca, condotta dall’Università di Oxford, che sottolinea ancora una volta i motivi per i quali fake e junk news sollevano crescente preoccupazione.

L’analisi svolta sui dati di Facebook dimostra che i contenuti pubblicati da fonti inaffidabili hanno un impatto fino a quattro volte maggiore rispetto ai contenuti che provengono da fonti e contesti riconoscibili nei Social network come media affidabili e mainstream.

Al di là della cornice, in altre parole il profilo che diffonde il contenuto e ne marca l’identità, l’appartenenza iconografica, culturale e ideologica, e che fa molto, occorre comprendere la natura di fake e junk news pubblicate con cadenza pressoché quotidiana.

Secondo lo studio dell’università britannica, “…tali fonti (profili e blog correlati, ndr) pubblicano in modo deliberato informazioni ingannevoli, capziose o inesatte, veicolandole come notizie reali concernenti la politica, l’economia, la cultura. I contenuti includono varie forme di propaganda, di ‘notizie’ e di informazione ideologicamente estremista, iper faziosa e spesso ‘cospirazionale’”.

A scanso di equivoci la ricerca di Oxford rileva anche come sia marcabile il trend opposto, ovvero che spesso è l’informazione mainstream a pubblicare notizie per così dire ‘bugiarde’, per lo meno per il modo in cui vengono narrate e ‘incorniciate’.

Allo scopo, quindi, di delineare i confini di fake e junk news, il team di Oxford ha postulato le seguenti caratteristiche.

  • Professionalismo – Di solito le fonti di fake e junk news, profili e blog, non impiegano gli standard e le best practices, i codici di comportamento,  delle testate e dei media professionali e mainstream, e sono refrattari nel fornire informazioni chiare su chi firma la notizia, sugli editori, sui proprietari e sui finanziatori. Peccano quindi in trasparenza, anche economica, e non si preoccupano di smentire (ciò che sarebbe un obbligo di legge, in Italia) le notizie che si rivelano false e inventate.
  • Stile – Tali fonti sono accomunate da uno stile di linguaggio fortemente emozionale, che in termini retorici fa ampio ricorso a espressioni idiomatiche, iperboli, attacchi ‘ad personam’, titolazioni ingannevoli, conclusioni e ragionamenti forzosi, generalizzazioni grossolane, lacune logiche. Uno stile di linguaggio che quasi sempre è veicolato da video, post fotografici e veri e propri ‘meme’.
  • Credibilità – Spesso le fonti in questione assumono la loro identità in base a informazioni false o a teorie cospirative che sono quasi sempre architettate in modo strategico. In tal senso non mostrano scrupoli nel sostenere posizioni e informazioni che non sono supportate da più fonti e dal fact checking, come la deontologia più attuale e condivisa del giornalismo impone.  Si tratta perciò di fonti non affidabili e gli standard di produzione dello story telling prodotto è di fatto inattendibile.
  • Parzialità – Il racconto prodotto da tali fonti risulta fortemente pregiudiziale, fazioso,  ideologicamente distorsivo, e quand’anche si basi su notizie verificate, sono sempre accompagnate da opinioni e ampi commenti fortemente indirizzati.
  • Contraffazione – Tali profili imitano in modo mimetico, talvolta enfatico, la dinamica di informazione e il ‘taglio’ grafico ed editoriale dei media più affermati. Si tratta di un processo di ‘contraffazione’ che interessa le fonti, l’immagine della ‘testata’ o dell’etichetta, in termini di marketing si potrebbe dire del ‘brand’, e anche delle strategie editoriali con i quali i contenuti vengono proposti.

Al di là del rilevare o meno in tali caratteristiche una carica di elementi evolutivi, specie in termini di racconto, rispetto allo status dei media mainstream, non si può non constatare la loro efficacia, soprattutto nello specifico di Facebook, dove tali contenuti giungono ad allinearsi con pregiudizi personali preesistenti, e a rinforzare le convinzioni di ‘trincea’, quelle più radicate e nutrite. Un modo ‘infallibile’, in sostanza, per spingere e incrementare l’engagement.

 

Il Pregiudizio “confermato”

Tutti gli studi psicologici più consolidati sottolineano in modo inconfutabile il potere del “pregiudizio confermato”, il meccanismo mentale che accomuna tutti e che ci induce, in modo inconsapevole, alla ricerca di scorciatoie, o di ‘parole d’ordine”, adatte a farci scegliere a cosa crederemo, e cosa invece scarteremo.

Così a riguardo si esprime Sia Mohajer, psicologa e coautrice della ricerca: “Ricerchiamo l’evidenza che supporti i nostri credo e le nostre opinioni riguardo al mondo ed escluda quelle che vanno in senso opposto… nel tentativo di ‘sempilificare’ il mondo e di conformarlo alle nostre aspettative, siamo ben disposti a ricorrere allo strumento del pregiudizio cognitivo ”.

Tale considerazione, in effetti, è sottolineata anche da chi, fra gli osservatori, rileva che l’effetto di fake e junk news, pur alimentando in modo sostanziale il racconto e il dibattito politico influenzando i convincimenti del pubblico, non è poi così centrale e decisivo nello spostamento dei flussi elettorali. D’altro canto non sono pochi a sostenere che si tratti di strategie editoriali e di comunicazione a medio e lungo termine, volte a consolidare e allargare la fan base, lavorando nella rappresentazione di valori e di tematiche capaci di agire, appunto, sul pregiudizio cognitivo.

In entrambi i casi, del resto, il fenomeno è evidente su Facebook, dove gli utenti hanno accesso a più alternative di fonti di informazione comunque gradite e percepite come vicine, e dove a maggior ragione lo stesso algoritmo che nutre il flusso di informazioni giornalistiche tende a favorire i contenuti verso i quali gli utenti stessi si trovano d’accordo, e meno quelli verso i quali non si è d’accordo.

 

Le cerchie “chiuse”

Stupisce, fra l’altro, l’automatismo per il quale in modo preminente l’utenza del social di Mark Zuckerberg non procede alla verifica dei contenuti, che invece tendono a  ‘circolare’ nelle cerchie di amici e nei confini delle aggregazioni di opinioni che più si sentono affini.

Del resto se qualcuno fra la cerchia di amici o di contatti posta costantemente contenuti che non sono graditi o sentiti come affini e inerenti, il comportamento più diffuso è il blocco del contatto e di conseguenza la cancellazione del contenuto stesso, ciò che rende Facebook lo strumento definitivo per questo tipo di contenuti, anche fake e junk, adatti a confermare il pregiudizio di ‘inerenza’.

 

Come invertire o modificare questo meccanismo di chiusura?

Facebook è straordinario nell’utilizzare la natura umana per amplificare la condivisione di contenuti dal forte connotato ‘pregiudiziale’. I tycoon high tech stanno cercando di ridurre gli effetti di tali meccanismi, ma questo particolare aspetto, è risultato una chiave di volta della crescita di Facebook, che non fa mistero di utilizzare la psicologia umana per indirizzare l’azione dei suoi pubblici verticali,  lo faccia attraverso meccanismi che aumentano i tempi trascorsi sulla piattaforma social o attraverso specifiche strategie di comunicazione pubblicitaria.

Il tema resta centrale e urgente. Molti analisti, ad esempio, rilevano che la difficoltà incontrata nella diffusione dei temi ambientalisti fra i target più adulti,  prima ma anche dopo la comparsa di Greta Thunberg come ‘icona’ popolare di grande impatto fra i target più giovani, sia legata al fatto che i target suddetti non credono, non vogliono credere, a tali tematiche e ai contenuti che paventano minacce per l’ambiente e per il futuro della terra.

In termini più generali emerge che il pubblico di Facebook non si fida di ciò con cui non è d’accordo, compreso ciò che può impaurire o risultare difficile da accettare.

La nuova era dei social media, in sostanza, è anche l’era dell’informazione basata sul “pregiudizio di conferma”, e se il racconto di tale pregiudizio crea un business, quello delle cosiddette “alternative news”, ciò significa che una vera e propria nuova economia dell’informazione è giunta ad affermarsi.

Certamente, individuare e porre dei limiti per impedire le derive più estreme di questo meccanismo può essere un utile argine, ma d’altro canto rischia di rafforzare il senso di accerchiamento negli utenti che possono percepire siti e profili a loro graditi, soggetti dell’eventuale ban, vittime di ‘censura’, inducendoli a replicare o ricercare i medesimi contenuti in nuovi contesti, ovvero in nuovi profili.

La catena di trasformazioni e cambi di nomi di numerosi profili su Facebook, studiata e denunciata in Italia dalla ONG Avaaz in piena campagna elettorale per le Elezioni Europee, e che ha indotto il social network alla discussa decisione di chiudere 24 profili di propaganda politica favorevoli a Lega e Movimento 5 Stelle, è un esempio molto chiaro di tale dinamica.

È possibile in questo contesto immaginare una soluzione? La sola possibile, al momento, attiene alle coscienze individuali, e a come ci poniamo di fronte ai social: consapevoli, possibilmente, di essere sempre noi a scegliere ciò in cui crediamo.