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#StormTheCapitol (and Parler, Twitter, Facebook)

La tempesta virale che ha travolto Parler e messo in crisi i social network mainstream.

Storm the Capitol 100.000 mention su twitter nei 30 giorni precedenti l'assalto al campidoglio di Washington DC
Storm the Capitol 100.000 mention su twitter nei 30 giorni precedenti l'assalto al campidoglio di Washington DC
Storm the Capitol 100.000 mention su twitter nei 30 giorni precedenti l'assalto al campidoglio di Washington DC

Le conversazioni quindi, e anche parte dell’organizzazione istantanea dei disordini, non sono intercorse solo su chat come Whatsapp e Telegram. E non solo nel dark-web, se non nei cluster web più verticali e militanti della variegata platea trumpiana, Qanon, Proud Boys, Bogaloo.

Incitamenti, aggiornamenti e indicazioni hanno viaggiato su canali mainstream. Twitter, appunto, Facebook, Tik Tok, Youtube, Reddit.

E Parler, il social rampante della destra americana, che ambiva a diventarlo per quella internazionale. Naturalmente prima di essere fatto fuori, spento dai server di Amazon ed escluso dalle app in offerta su Applestore e Googleplay. Una disdetta per Matteo Salvini, che si era iscritto appena il giorno prima.

A cavallo del 6 gennaio, e ancora prima e dopo la messa offline che ha destato reclami, polemiche e preoccupazioni in merito alla censura nel web e alla tutela del Primo Emendamento della Costituzione USA, i server di Parler sono stati hackerati da attivisti indipendenti, dall’FBI e  da altre agenzie investigative private.

Mappe e Big Data

Partendo dai Big Data ‘estratti’ pubblicamente da una hacker,  Gizmodo, blog fra i più attenti alle dinamiche tecnologiche del web, ha compiuto un’analisi che ha rilevato la presenza fisica di alcuni appartenenti a Qanon e ad altri gruppi dell’estrema destra americana, all’interno del Campidoglio durante l’assalto.

I metadati hanno restituito una descrizione fedele degli spostamenti avvenuti dopo l’incoraggiamento di Trump a marciare dentro il Capitol.

In termini di mappatura grafica, si osserva una corposa scia in transito dal National Mall, il parco dove si teneva il comizio del Presidente bannato da Twitter e Facebook, fin dentro la Rotunda e corridoi e camere del Parlamento USA teatro dei disordini.

I dati parlano, bisogna leggerli

Impressiona la coincidenze fra le cronache riportate e i movimenti risultanti esaminando oltre 70.000 post di Parler.

Gizmodo ha anche studiato i dati GPS di 618 video pubblicati in loco da diversi account di Parler durante la storica giornata del 6 gennaio, e soprattutto nelle due ore successive all’assalto, registrando i movimenti degli insorti in stanze e corridoi di solito vietati al pubblico.

Del resto sono questi stessi dati che, letti, hanno aiutato gli agenti federali e le autorità di polizia a identificare, arrestare e incriminare a oggi più di 20 partecipanti.

Niente filtri, niente (cyber) sicurezza

Un elemento interessante che emerge, è la facilità con cui gli agenti federali e gli hacker sono riusciti a fare breccia nel sistema di Parler. A detta di esperti, tale debolezza nei dispositivi di cybersecurity è correlata proprio all’assenza di filtri e di moderazione e controllo, che era il primo vanto del Social discusso e oscurato.

Gizmodo, nello specifico, ha utilizzato i dati estrapolati da @donk_enby, una hacker ‘libertarian’ che ha agito in trasparenza. In una recente intervista, @donk_enby racconta di aver cominciato a raccogliere i post durante l’assalto, notando una massa critica di utenti che ne parlavano in modo proattivo. Spesso, a suo dire, con evidenti rilevanze penali.  

https://twitter.com/donk_enby/status/1349295768734195712

Quando Amazon ha annunciato ai vertici di Parler l’intenzione di chiudere i server del social, l’hacker ha semplicemente accelerato l’operazione, riuscendo a estrapolare i dati contenuti, e restando colpita da un elemento comune alla base.

Parler after Parler

Tutti i post di Parler, dalla nascita fino al giorno della sua chiusura forzata, con milioni e milioni di video e foto, sono stati pubblicati senza che alcun sistema li spogliasse di metadati sensibili come giorno, ora e ubicazione, al contrario di quanto fanno Facebook, Twitter, Linkedin, Youtube e così via.

Parler, insomma poteva, e se sopravvive potrà, ergersi a paladino del Primo Emendamento, non certo della privacy dei suoi milioni di arrabbiatissimi utenti. 

Che ora, ancor di più potranno gridare al ‘gran complotto’, ma dovranno anche prendersela con il canale social che avevano scelto di frequentare e che nulla ha fatto, o troppo poco, per proteggere la riservatezza dei propri iscritti.

Fonte grafica iniziale: Zignal Lab

Art & Motion Graphics: Viralbeat Design Team

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